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FINANZA/ 1. Bertone: sfidiamo l'Europa con una banca cattiva

Pubblicazione:venerdì 15 marzo 2013 - Ultimo aggiornamento:venerdì 15 marzo 2013, 13.05

Un operatore di borsa (Foto: Infophoto) Un operatore di borsa (Foto: Infophoto)

Da anni, come è comprensibile, l'attenzione generale è concentrata sul debito pubblico italiano. Minore attenzione, almeno a livello dell'opinione pubblica, è stata dedicata al debito delle imprese pur salito alla quota non tranquillizzante dell'85% del Pil. Una percentuale che contrasta con la montagna di cash accumulata dalle imprese Usa presenti nell'indice S&P, ma anche con la situazione assai più robusta delle aziende tedesche presenti nell'indice Dax. Senza dimenticare che, in entrambi i casi, il costo di finanziamento reale per il sistema produttivo è inferiore di 3-4 punti percentuali.

A fronte della rete protettiva che la Bce ha steso a difesa del debito pubblico, poi, si segnala il vuoto di interventi sul fronte dell'economia produttiva: le banche, a corto di capitali, hanno tagliato nel 2012 i prestiti alle imprese per 38 miliardi, un trend che tende ad accelerare nei primi mesi del 2013; le amministrazioni pubbliche, tra lungaggini burocratiche (molti enti non sono in grado di garantire la certificazione dei crediti prevista per legge) e limiti di cassa, continuano a non pagare l'enorme debito accumulato verso le imprese, almeno 71 miliardi di euro.

Si può spiegare così la ragione dell'andamento dei listini: sul fronte del debito pubblico, i creditori si fidano della controparte comunitaria, cioè la Banca centrale di Francoforte; a Piazza Affari, ormai scesa a poco più di 300 miliardi di valore, cresce lo scetticismo sulla possibilità per molte imprese di far fronte all'indebitamento crescente senza l'appoggio tradizionale del sistema bancario. Il risultato, solo all'apparenza sorprendente, è che la crisi politica morde assai di più la componente privata dell'economia italiana che non la finanza pubblica. A conferma che nessuno ormai può dirsi immune dal contagio.

Nel migliore dei casi, vedi le navicelle del made in Italy del lusso abbigliamento che continuano a mietere successi, sale il pressing dei grandi gruppi internazionali per comprare quel che resta delle eccellenze del settore. Altrove, vedi Fiat, la terapia consiste nell'accelerare l'approdo verso una realtà globale in cui, per scelta quasi obbligata, il ruolo dell'Italia verrà ridimensionato (o peggio, se prevarranno gli slogan più populisti). Alcune roccaforti inespugnabili, vedi le utilities, segnano il passo, come hanno dimostrato i conti, non esaltanti, di Enel e di Telecom Italia.


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