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Economia e Finanza

FINANZA/ Ora anche l’Islam diventa una "miniera d’oro"

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La concorrenza, però, è spietata, visto che Kuala Lumpur sta lavorando per permettere ad aziende straniere di emettere sukuk al di fuori del loro mercato interno e Dubai ha annunciato in gennaio che rivedrà la propria regolamentazione per attrarre emissioni di sukuk e trading islamico. I sukuk sono strutturati per pagare un tasso di profitto fisso invece che un coupon e quasi sempre sono legati a progetti di real estate o infrastrutturali. Un mercato ormai non più marginale, visto che stando a dati resi noti la scorsa settimana da Standard&Poor’s, le emissioni a livello globale sono cresciute per il quarto anno di fila nel 2012, raggiungendo un valore di 138 miliardi di dollari. Per Paul-Henri Pruvost, analista di S&P’s, «le necessità di finanziamento e i grandi investimenti infrastrutturali in Malesia e nel Golfo, combinati con il miglioramento del sentiment globale per gli investitori, sono la chiave per capire il momentum positivo dietro al mercato dei sukuk. Per questa ragione, noi pensiamo che gli emittenti, soprattutto del Golfo, saranno ben felici di poter contare su un mercato con emissioni più grandi e maggiormente commisurate con il potenziale che suggeriscono le dimensioni dei loro assets».

Chi, invece, alla luce di potenzialità enormi, non sta sfruttando le possibilità offerte dalla finanza islamica è la Russia. Nel 2009 e nel 2010, due sondaggi condotti nel Paese hanno infatti confermato che il 97% delle persone interpellate, islamiche o con un background islamico, sarebbe interessata a poter sfruttare i servizi di una banca islamica. Di quel 97%, il 40% era residente a Mosca. Nonostante non sia formalmente permessa in America, così come in Russia, la finanza islamica sta crescendo a un tasso annuale tra il 15% e il 20%. I metodi per rendere questo business profittevole, infatti, esistono, nonostante i dettami della sharia sulla riba, l’interesse.

Un metodo lo illustra Farmida Bi, avvocato e socio alla Norton Rose LLP: «Ad esempio, le istituzioni possono condividere i profitti dei loro clienti attraverso regimi di joint venture o accordi di investimenti con i loro correntisti-investitori, in tal caso anche per la legge coranica l’istituzione bancaria ha diritto a una quota del profitto generato. Altrimenti, può ricevere una sorta di pigione attraverso un accordo di leasing oppure ancora ottenere un prezzo maggiore per una commodity che vende, rispetto al prezzo cui l’ha pagata». Attualmente, se un’azienda russa vuole vendere sukuk, può farlo, ma soltanto all’estero, presso Paesi dove il mercato dei bond islamici è regolamentato, come la Malesia appunto, oppure a breve, Londra: Mosca potrà ancora permettersi per molto di ignorare un business simile o arriverà a un compromesso che porti a una legislazione bancaria ad hoc?

Se la Russia si aprirà a questo business, certamente ne beneficerà sia l’occupazione che la diversificazione degli investimenti e gli investimenti esteri: stando a dati del Pew Forumon Religious and Public Life, la popolazione islamica in Russia è destinata a crescere dai 16,4 milioni del 2010 ai 18,6 milioni nel 2030. Inoltre, nulla vieta a chi non sia musulmano o non abbia un background islamico di usufruire di questo settore di business partecipandovi, offrendo quindi un database di clienti potenziali praticamente illimitato. Inoltre, molti esperti pensano che come reazione alla crisi globale, alla sbornia del capitalismo senza regole, agli scandali e alle scommesse sempre più rischiose in cui si lanciano le banche tradizionali e d’affari occidentali, la finanza islamica potrebbe avere un appeal “morale” e garantire una via diversa al business, destinata a camminare mano nella mano con il cosiddetto capitalismo etico.

Chi ha capito il potenziale di questo mercato, anche grazie al suo ruolo naturale, geografico e politico di ponte tra Oriente e Occidente è la Turchia, dove lo scorso settembre si è tenuta la prima emissione di un sukuk sovrano, atto che da molti è stato visto come l’apripista per consentire in un futuro prossimo molto vicino alle aziende turche di finanziarsi attraverso bonds islamici. Il governo turco ha emesso una prima obbligazione islamica da 1,5 miliardi di dollari, con una domanda che ha superato il controvalore dell’offerta di ben quattro volte: questo primo sukuk, nelle intenzioni del governo, servirà come benchmark per la prezzatura dei futuri bonds islamici nel settore corporate. Di più, nel Paese sta crescendo rapidamente anche l’interesse per un altro ramo del business legato ai dettami coranici, il takaful o assicurazione islamica.