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CAOS CIPRO/ Altro che troika, la tassa sui conti correnti è un “autogol” di Nicosia

Pubblicazione:mercoledì 20 marzo 2013

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A prima vista, si direbbe che il Parlamento cipriota abbia impedito un saccheggio da parte della Troika (Ue-fmi-Bce). Il terzetto, infatti, aveva dato l’ok al salvataggio delle banche del Paese a patto che accettasse un contratto capestro (così, almeno, sembrava): dei 17 miliardi di euro necessari per sanare il buco degli istituti di credito, 5,8 sarebbero stati prelevati forzosamente dai depositi bancari. Nicosia ha detto no. Quel che è meno noto, è che è stato lo stesso governo cipriota a creare le condizioni affinché, se la proposta fosse passata, i più penalizzati sarebbero risultati i semplici cittadini. Mario Seminerio, economista e autore di Phastidio.net, ci spiega perché.

 

Anzitutto, da cosa è stata originata la situazione di Cipro?

Cipro è diventato, nel corso degli anni, un centro finanziario internazionale al servizio, in particolare, delle imprese e dei ricchi privati russi. Le sue banche si sono gonfiate a dismisura (gli attivi bancari corrispondono a 8 volte il Pil del Paese). Nel frattempo, hanno comprato titoli di Stato greci (che hanno perso valore) ed effettuato una serie di investimenti, quali speculazioni immobiliari e fondiarie, che non sono andati a buon fine. Si sono trovate con un buco di bilancio, diventando insolventi.  A quel punto, si è reso necessario il salvataggio.  

 

E la Troika ha optato per il prelievo forzoso...

Vanno fatte alcune precisazioni. Il gruppo della tripla A ha considerato che a Cipro servissero 17 miliardi. Ritenendo, tuttavia, che l’onere andasse condiviso. L’Ue e il Fmi, quindi, avrebbero pagato 10 miliardi, Cipro ci avrebbe messo gli altri 7. Di questi, 5,8 sarebbero dovuti esser pagati da chi ha investito nelle banche cipriote. Normalmente, infatti, si sarebbero presi i titoli di Stato del Paese, decurtandoli di valore, come è stato fatto per la Grecia. Questo, tuttavia, non è fattibile, perché metà dei titoli ciprioti sono emessi secondo la legge britannica, e non possono essere decurtati in tempo brevi (in virtù di clausole di azione collettiva tali per cui la ristrutturazione può avvenire esclusivamente previo accordo vincolante del 75%). L’altra metà è in mano alle banche del Paese. Se i bond in loro possesso perdessero valore, risulterebbero ancora più insolventi. Non restavano che i depositi.

 

Quindi?


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