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DOWNSHIFTING/ Quei "radical-chic" che ci vogliono più poveri e meno felici

La scelta di giungere a una libera, volontaria e consapevole autoriduzione del salario in cambio di tempo libero, dice MAURO ARTIBANI, rischia di essere suicida

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Facciamo finta che i redditi disponibili siano insufficienti a fare la spesa, che la disoccupazione sottragga ancor più reddito alle famiglie, che i risparmi si assottiglino, che il debito aumenti e che in tutto questo andazzo non si riesca a trovare il bandolo della matassa per raddrizzare le sorti della congiuntura. Sì, facciamo finta di essere a un tornante della storia, dove il dopo, insomma, non sarà più come il prima. Dove si vedranno prodighi smarriti girare in tondo, sbeffeggiati da frugali di antica data, mentre quelli nuovi di zecca stanno tutt'intenti a racimolare senso tra quel che resta.

Va per la maggiore un nuovo precetto:“L'uomo non può possedere più di quanto il suo cuore possa amare.” Lo scrive Nicolai Lilin, con perfetto tempismo: struggente! C'è pure gente che fa di necessità virtù: downshifting. Lo stile del vivere in semplicità. Massì, la scelta da parte di diverse figure di lavoratori di giungere a una libera, volontaria e consapevole autoriduzione del salario,bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, sì da godere di maggiore tempo libero e chissà di quanto altro ancora.

Giust'appunto: “Lavoro meno, guadagno meno, mi riprendo il mio tempo”. Già, se non si può avere tutto, occorre mettere a frutto il desiderare meno. Sì, si può acquistare solo ciò che si ama, si può pure acquistare il proprio tempo, si può anche fischiettare sotto la doccia “quello che non ho è quel che non mi manca”; sentirsi gagliardi e tosti e magari schivare pure i predicozzi. Sì, perchè gente in giro a far predicozzi se ne trova a iosa: intellettuali di risma, sociologi, persino gli psicologi stanno lì a dare conforto, a prendere parte, a farsi parte, rimestando contro quel “consumismo della malora che ha lasciato esangui le genti”.