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IL CASO/ I "vasi comunicanti" che mettono in crisi le famiglie italiane

Pubblicazione:mercoledì 27 marzo 2013

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Bisogna capire cos’è il disagio: per alcuni può voler dire non mangiare affatto, per altri mangiare del pollo invece che il capretto. Il nostro è un disagio relativo, è il disagio di un Paese ricchissimo: stiamo riducendo i nostri consumi, ma eravamo arrivati a sprechi inauditi.

 

E quindi, come vanno letti questi dati?

Noi abbiamo 34mila dollari pro capite, molti. Non possiamo pensare di avere 10 volte la ricchezza di un cinese dal momento che la Cina è una potenza che si sta sviluppando rapidamente, quindi io valuto la situazione non come una crisi che passerà, ma come un riequilibrio mondiale delle risorse.

 

In che senso?

Le risorse prima erano consumate da una quindicina di paesi, diciamo pure dai 32 paesi dell’Ocse, mentre tutti gli altri erano costretti a cedere a bassissimo prezzo sia le materie prime, sia la manodopera. Oggi questi stessi paesi vogliono essere valorizzati per quello che hanno e noi siamo costretti a meno spreco. Non lo vedo come un fatto casuale e destinato a finire, lo vedo come un fatto strutturale che sta portando alla ridistribuzione di ricchezza nel mondo.

 

Dalla relazione della Commissione Ue si apprende che il disagio "è rimasto abbastanza stabile tra le famiglie a reddito superiore dalla metà del 2012". Cosa significa?

 

Che i ricchi diventano sempre più pochi e sempre meno e i poveri diventano sempre più numerosi e sempre più poveri: è la forbice che si allarga, è la crisi del capitalismo, perché il capitalismo vive solo se la ricchezza è ben distribuita, mentre se sono pochi a poter consumare la ricchezza l’economia langue. In Italia ci sono 10 persone che hanno la ricchezza di 3 milioni di italiani poveri e questo non solo è un fatto ingiusto sul piano etico, ma è assurdo sul piano economico perché 10 persone non compreranno mai 3 milioni di scarpe, ad esempio.

 

Ci dobbiamo aspettare la fine della classe media? 


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