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FINANZA/ E ora l'Europa resta appesa all'Italia

Secondo GUSTAVO PIGA l’unica possibilità di contare qualcosa in ambito europeo consiste nel sfruttare questa fase di particolare dinamismo per pretendere un’inversione di tendenza

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L’ingovernabilità ci mette a repentaglio su alcuni fronti finora trascurati. A livello europeo, a breve, si affastelleranno una serie di scadenze decisive per il nostro futuro economico e per la possibilità di continuare a contare qualcosa. Entro il 30 aprile prossimo dovremo consegnare il Documento di Economia e Finanza, contenente le previsioni aggiornate sul 2013 e sul 2014. Sempre entro aprile potrebbe chiudersi la procedura di infrazione avviata per lo sforamento dagli obiettivi di Maastricht. Ci sono, poi, da rispettare i parametri previsti dal Fiscal compact e, in subordine, dal Two Pack e dal Six pack. Imprese che si potrebbero rivelare ardue o impossibili se persisterà l’attuale impasse politico, Abbiamo fatto il punto sulla situazione con Gustavo Piga, professore di Economia politica presso l’Università Tor Vergata di Roma.

 

Cosa ne pensa dell’attuale situazione?

 

Siamo in totale violazione del Fiscal compact: il nostro debito continua a salire, il nostro Pil continua a scendere. Un processo che deve necessariamente interrompersi al più presto.

 

Come?

 

Smettendola con le politiche di austerità, radicalmente contrarie allo spirito del Fiscal compact stesso; e cogliendo il principale messaggio politico emerso da queste elezioni: la maggioranza anti-austerità, in Italia, ammonta al 95% dei cittadini. Anche l’Ue deve tenerne conto se vuole che dall’Italia riparta la costruzione dell'Europa invece che il suo affossamento.

 

Come si coniuga l’inversione delle politiche di austerità con gli obiettivi di bilancio?

 

La fine dell’austerità coincide con più spesa pubblica. Ma più spesa pubblica non vuole dire più sprechi. Anzi, gli investimenti possono essere finanziati proprio attraverso il taglio degli sprechi, grazie a una politica di coordinamento degli appalti pubblici mai realizzato. Contestualmente, tutte le tasse aumentate e introdotte nel 2012 e che impatteranno sul 2013, invece che per incrementare l’avanzo primario e ridurre il deficit (cosa che abbiamo fatto finora, frenando l’economia) andranno utilizzate per finanziare programmi di spesa.

 

Per fare cosa, esattamente?

 

Occorre rimettere a posto tutti quegli elementi che danno sostegno alla produttività delle nostre imprese attraverso una serie di operazioni infrastrutturali volte, ad esempio, a ristrutturare scuole, ospedali, strade, ponti e via dicendo. Così facendo, oltretutto, si fermerebbe l’emorragia di posti di lavoro. Solo il pubblico, attualmente, è in grado di favorire la domanda consentendo una ripresa della crescita nell’ipotesi che, una volta che il Pil tornerà a marcare segno +, lo Stato si ritrarrà, lasciando spazio alle imprese private che, a quel punto, potranno tornare a operare in un contesto di normalità.

 

A livello europeo non si esclude (a partire da Barroso) un rinvio dei termini entro i quali rientrare dallo sforamento dagli obiettivi di Maastricht e di consentire all’Italia di sottrarre gli investimenti pubblici dal computo sul deficit (la cosiddetta goldel rule). Cosa ne pensa?