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FINANZA/ I test che fanno tremare l’Europa

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Primo e unico punto programmatico: ripensare l’euro come moneta “dura” dei soli paesi forti o abbandonarlo. Insomma, nonostante il “whatever it takes” di Mario Draghi, si comincia a parlare chiaramente di tangibilità del dogma europeo e del totem monetario unico. Nemmeno troppo a sorpresa, a schierarsi in favore dell’ipotesi di un’uscita dell’Italia dall’euro, come strumento negoziale, è stato l’economista Paolo Savona, già difensore dell’opt out anche su queste pagine. Parlando al settimanale Focus, il principale strumento di disinformatia anti-italiana in servizio permanente e attivo e ripreso da La Repubblica, l’ex ministro dei governi che hanno portato il nostro Paese nell’euro ha lanciato un allarme sulla situazione italiana, schiacciata da una politica basata esclusivamente sull’austerità e sul rigore contabile: «Se la politica europea non cambia avremo di fronte a noi due possibilità. O un tasso di disoccupazione pari al 20% della popolazione attiva, tenendoci l’euro, oppure rinunciando all’euro un tasso d’inflazione del 20% ma con la speranza di una ripresa. Io preferirei la seconda variante. Soltanto la paura di un salto nel vuoto ci trattiene... un Paese serio deve disporre di un piano B di questo genere. Altrimenti, la sua posizione negoziale diventa più debole».

Il problema è che non è una lobby di visionari a prefigurare scenari simili, ma economisti, esponenti del mondo delle imprese, fra cui l’ex capo della Confindustria tedesca Hans-Olaf Helkel, politici già vicini alla Cdu della cancelliera Angela Merkel e anche il pragmaticissimo presidente dell’Associazione degli esportatori tedeschi (Bga), Anton Boerner, a detta del quale «i paesi del Nord dovrebbero riflettere a porte chiuse sugli scenari d’esecuzione, altrimenti gli italiani possono ricattarci con la minaccia di uscire dall’euro». Ma non solo. Per Boerner, «il 60% degli elettori italiani è contrario alla moneta unica nella sua forma attuale, bisogna rispettare gli elettori italiani e spiegare loro che non c’è alternativa alla disoccupazione. Il governo (tedesco, ndr) deve elaborare un Piano B, con la previsione di un crollo dell’euro o di nuovi confini dell’eurozona. Aiuti all’Italia? No, perché gli italiani sono più benestanti dei tedeschi».

Capito che aria tira in giro per l’Europa, mentre qui non sappiamo nemmeno se e quando avremo un governo e di che tipo? Ma, cari lettori, un’Europa a due velocità esiste già, nonostante il patetico collante della moneta unica. A confermarlo, come sempre, il mercato. La Russell Investment, gigante statunitense che gestisce assets per 2,4 triliardi di dollari, ha infatti cominciato la revisione del suo giudizio sulla Grecia già nel 2010 e oggi ha deciso ufficialmente la riclassificazione di Atene tra i “mercati emergenti”, dopo che solo nel 2001 l’aveva inserita nella lista dei “mercati sviluppati”. Perché? I livelli insostenibili di debito, tali da rendere il Paese una preoccupazione a livello mondiale, già emersi nel 2009.