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SCENARIO/ Campiglio: per gli italiani è peggio del '92

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La caduta del risparmio in Italia è un fenomeno che ha le sue radici nella crisi del 1992 e che precipita con la crisi del 2012, causata dalle politiche di austerità: nei venti anni passati il dato centrale è la caduta della quota di reddito disponibile da parte delle famiglie a cui si accompagna una diminuzione della loro capacità di risparmio. Il grafico a fondo pagina, tratto da un mio lavoro disponibile in rete o sul mio sito, evidenzia con chiarezza la crisi del presente e le radici nel passato.

Fra il 1991 e il 2011 la quota di risparmio delle famiglie rispetto al Prodotto interno lordo è diminuita di ben 7,4 punti (scala di sinistra), mentre il tasso di risparmio è diminuito di 14,8 punti (scala di destra): nel 2012 il Pil è diminuito del -2,4% e i consumi finali nazionali del -3,2%, nonostante le esportazioni siano aumentate. Si è registrata perciò un’ulteriore flessione nei valori citati, ancora da quantificare.

Il motore che ha sostenuto l’economia italiana nel corso degli ultimi vent’anni, cioè le famiglie con il loro lavoro e risparmio, si è inceppato, con conseguenze negative su molti fronti. In Italia il risparmio delle famiglie ha rappresentato una spinta fondamentale per la stabilità e la crescita, finanziando investimenti e debito pubblico: fino all’inizio degli anni ’90 l’Italia era riconosciuta come uno dei paesi con il più elevato tasso di risparmio al mondo. Perché abbiamo registrato una caduta così violenta del reddito disponibile delle famiglie e del risparmio?

La ragione è che in almeno quattro occasioni nel corso degli ultimi vent’anni il Paese si è trovato in emergenza e la soluzione è stata sempre individuata in una politica di aumento delle imposte dirette e indirette a carico delle famiglie, una riduzione del potere d’acquisto dei redditi da lavoro e una progressiva “privatizzazione” di oneri sociali impropri sui redditi e la vita quotidiana delle famiglie. L’impatto dell’aumento delle imposte indirette ha avuto conseguenze particolarmente negative sia sul potere d’acquisto che sulla competitività delle imprese e, di conseguenza, se dovesse materializzarsi un ulteriore aumento dell’Iva gli effetti sull’economia sarebbero ulteriormente negativi. Né è valsa la strada della riduzione del cuneo fiscale: il motivo è che rappresenta solo una temporanea boccata d’ossigeno per le imprese, che purtroppo si esaurisce rapidamente. Non si deve dimenticare che gli oneri sociali sono elevati in primo luogo perché l’Italia è uno dei paesi con la più alta quota di popolazione oltre i 65 anni: solo la Germania ha una quota altrettanto notevole di cittadini senior, ma a differenza dell’Italia può godere del beneficio di una produttività del lavoro molto più elevata.

 

Fonte: Luigi Campiglio “Why Ital’s saving became (so) low?” - Febbraio 2013


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