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Economia e Finanza

FINANZA/ Ecco perché all'Italia conviene la lira

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L'inflazione ha infatti questo bel vantaggio (che spesso ci si dimentica): abbatte il guadagno del creditori (o lo azzera) e favorisce i debitori. Negli anni Settanta, l'Italia sui titoli di Stato pagava una percentuale a doppia cifra, ma non era un problema, perché l'inflazione ancora più alta ne limitava ogni convenienza e il Pil cresceva fortemente, dando lavoro a molti e prospettando un futuro migliore. Oggi, invece, pagando appena il 5% sui titoli di Stato, soffriamo la fame perché il debito non sarà possibile pagarlo, visto che il Pil cala e continua a calare. Un disastro senza fine, in nome di una ideologia nichilista.

Un altro lettore dice che segue sempre i miei articoli, ma che questi non hanno molto seguito. Rispondo che, pur essendo cosciente che occorre una vera e propria rivoluzione, occorre che questa sia prima di tutto una rivoluzione culturale. Non ambisco a essere il leader di questa rivoluzione, ma faccio insistentemente la mia parte, con le piccole energie di cui dispongo (e grazie alla vetrina che qui mi viene generosamente offerta). Le cose non vere hanno le gambe corte: mentre la verità emerge nel tempo. Occorre quindi lavorare sul lungo periodo. Non occorre che oggi tutti sappiano tutto, ma che la conoscenza di questa materia (nonostante i media impongano una dottrina contraria, o semplicemente non ne parlano), si diffonda sempre più e rimanga solida nel tempo.

Poi, siccome pure la conoscenza è frattale e la sua diffusione segue una legge di potenza, un bel giorno verrà superata una soglia critica che oggi nessuno vede, e una quantità enorme di persone cambierà idea e conoscerà sempre meglio questa materia. Io e gli amici lettori che mi seguono (insieme a questa testata) avremo fatto la nostra piccola parte. Buona rivoluzione a tutti. E auguri di una Santa Pasqua: la vera rivoluzione (dei cuori) comincia lì, ancora oggi, come un avvenimento che accade oggi, nel presente. Accade ogni giorno: “Fate questo in memoria di me”. La memoria è la struttura fondamentale della storia, che pur nel suo sviluppo costante, procede “a salti”, con impeti e accelerazioni improvvise, tipiche di una distribuzione a legge di potenza. Cioè pure la storia è frattale. Non si tratta quindi di leggere la storia (o l'economia) secondo un punto di vista particolare, ma di riconoscere un elemento strutturale della realtà tutta, un elemento oggi ignorato e misconosciuto.

La moneta sorge e si afferma (anche come valore) laddove c'è un popolo capace di generare fiducia sociale, di sostenere e trasmettere un comportamento sociale (ed economico) che favorisce il bene comune. Ma questo avviene nel tempo, dove gli avvenimenti hanno una struttura frattale. Cioè gli avvenimenti generano memoria, nel tempo rimane memoria degli avvenimenti. Un gruppo sociale diventa popolo quando, nel tempo, la memoria diventa storia. Il grande delitto del modernismo è la distruzione dei popoli attraverso la frattura tra memoria e storia. Una frattura culturale, che porta conseguenze sociali, politiche ed economiche.

Testimonianza di questo processo di disarticolazione tra memoria e storia sono le tristi affermazioni dello storico contemporaneo Pierre Nora: “Memoria e storia non sono affatto sinonimi, tutto le oppone. La memoria è sempre in evoluzione, soggetta a tutte le utilizzazioni e manipolazioni; la storia è la ricostruzione, sempre problematica e incompleta, di ciò che non c'è più. Carica di sentimenti e di magia, la memoria si nutre di ricordi sfumati; la storia, in quanto operazione intellettuale e laicizzante, richiede analisi e discorso critico. La memoria colloca il ricordo nell'ambito del sacro, la storia lo stana e lo rende prosaico”. La testimonianza lucida di quanto è accaduto e sta accadendo viene da un altro storico, il francese Jacques Revel: “Questa crisi mi sembra legata al fatto che siamo usciti dal tempo certo, dal tempo orientato, dal tempo del progresso in cui tante delle generazioni che ci hanno preceduto hanno vissuto: oggi il presente non è più sicuro, il futuro lo è ancora di meno e all’improvviso la concatenazione del passato al presente è divenuta una concatenazione largamente ipotetica. Tutto questo è accaduto in anni relativamente recenti. Questa crisi noi non sappiamo neppure descriverla, sappiamo più o meno come è cominciata, ma non sappiamo prevedere in che maniera essa disorganizzi, soggioghi le forme delle relazioni sociali che sono quelle delle nostre società. Essa ha inaugurato un processo che certamente un giorno si arresterà, ma che è un processo di cui non controlliamo né le concatenazioni né gli effetti”.

Siamo nel bel mezzo di una guerra; ed è una guerra di religione. Abbiamo il compito di un rivoluzione, per impedire che questa guerra diventi un genocidio. E non per modo di dire: uno dei problemi che emergeranno è una crisi alimentare indotta per motivi speculativi. La rivoluzione non è una opzione: se ci muoviamo per tempo potremo impedire che diventi violenza. Buona Pasqua a tutti.

 

P.S.: Per aiutare la diffusione di queste conoscenze ho radunato ordinatamente gli argomenti e questi sono diventati un libro, scritto a quattro mani con l'amico economista Nino Galloni. Stamperemo tra breve.

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COMMENTI
02/04/2013 - Sciocchezze economiche (Santino Camonita)

Ma se lo capisce anche un bambino che tornare alla lira sarebbe una catastrofe per tutti gli italiani, non riesco a capacitarmi come ancora certi soloni e fior fiori di economisti, come l'autore, insistano sulla convenienza ad abbandonare l'euro. Certo nella moneta unica, alle condizioni che ci hanno imposto, non dovevamo entrarci...ma Mortadella questo allora non lo aveva capito, adesso è troppo tardi e la frittata è stata fatta. PS: Anch'io non so so nulla di economia ma avendo un mutuo in euro, so quel poco che basta per affermare con certezza che tornare alla lira è una colossale sciocchezza.

 
01/04/2013 - Una terza via forse ci sarebbe (Carlo Cerofolini)

Premesso che ritengo che tornare alla lira sarebbe molto meglio che subire il trattamento riservato a Cipro (svalutazione contro “rapina”), con il vantaggio, con la lira, però di tornare ad avere autonomia finanziaria e quindi poi risalire la china. Ciò premesso, penso pure che ci potrebbe essere una terza via, che sarebbe quella di impuntarci - sapendo che dal ritorno alla lira a rimetterci sarebbe soprattutto la Germania (cfr. studio fatto per Merrill & Lynch giugno-luglio 2012) e i tedeschi lo sanno – e pretendere che il dato economico da considerare dalla Ue sia la somma fra il debito pubblico più quello privato, in modo che quest’aggregato, pari, se non erro, al 90% del Pil, molto probabilmente ci porterebbe non essere più soggetti alla speculazione internazionale e ci libererebbe pure dall’incubo prossimo venturo del fiscal compact da 50 miliardi annui. Se poi a tutto questo si facesse in modo che, pure la nostra Cassa depositi e prestiti fosse equiparata a quella corrispondente tedesca - in cui la Germania, a norma di Eurostat, ha “inguattato” bel il 17% del suo debito pubblico - ecco che potremmo, ad esempio, pagare rapidamente i circa 100 miliardi che avanzano le nostre imprese dalla pubblica amministrazione, altrimenti destinate al fallimento, senza aumentare il debito pubblico. Il problema però è che di politici capaci di tutto questo non ce ne sono e quindi guai seri in vista. Usque tandem…

RISPOSTA:

La sua terza via mi pare impraticabile, poiché presuppone la pagabilità del debito. Occorre sempre tenere presente che per la crescita occorre non solo maggiore produzione o produzione di maggiore qualità, ma anche maggiore quantità di moneta in mano ai compratori. E questo è possibile solo con maggiore debito (tutta la moneta viene creata a debito dal sistema delle banche centrali). Se si vuole crescere, pure il debito cresce e non cala mai. E i dati lo confermano. Detto ciò, se pure si somma il debito pubblico (al 128%) con quello privato, si va oltre il 200% del pil. Ovviamente sarebbe meglio per l'Italia, poiché gli altri paesi europei hanno un elevato debito privato. Ma non lo fanno, perché (io penso) sarebbe evidente a tutti che il debito complessivo è impagabile. Sarebbero oltre 3000 miliardi di euro, mentre il valore delle banconote in circolazione in Italia è pari a 150 miliardi di euro (e pure quelle sono debito, sono un passivo nel bilancio delle banche centrali). (Giovanni Passali)

 
01/04/2013 - La lira "italiana"? No grazie. (Giuseppe Crippa)

Gentile dott. Passali, credo che a chiunque piacerebbe avere una moneta legata soltanto ai luoghi nei quali il suo lavoro si esplica (e quindi il suo reddito si genera). Nel mio caso: la Lombardia, il Piemonte e il Triveneto. Quindi non vorrei mai una lira "italiana", cioè una lira rappresentativa anche di aree economicamente più arretrate e per di più purtroppo pervase da una criminalità ben radicata come la Campania, la Calabria e la Sicilia di Diego Perna, che ringrazio per gli auguri che ricambio volentieri. Per non dire poi del Suo Lazio, ricco anche grazie ad una organizzazione statale molto discutibile. Se proprio è necessaria una valuta comune ad aree molto diversificate molto meglio l’Euro, chiedendo ovviamente che vengano corretti tutti gli egoismi nazionali (compresi quelli italiani).

 
01/04/2013 - La lira conviene (Diego Perna)

Spero che almeno qualcuno dei miei amici possa leggere gli articoli che Lei scrive e possa capire che ci vuole la rivoluzione di cui parla, ma credo che ció che Lei porta avanti dedicandoci le energie e lo spazio che Le viene concesso, risulti molto piú comprensibile e condivisibile a chi vive in difficoltá economiche e di lavoro, spesso piú concentrate tra lavoratori autonomi e piccoli imprenditori, anziché tra politici o dipendenti di publiche amministrazioni o stipendiati statali in genere.Almeno così a me pare guardando le persone che mi stanno intorno , che siano amici o gente che conosco o incontro nella vita di tutti i giorni. Comunque vale la pena andare avanti , forse Lei puó avere ragione. Attendo il Suo libro e proveró a farlo conoscere in giro. Grazie Buona Pasqua anche a Lei e chi leggerà il mio commento