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FINANZA/ 1. Perché la borsa vola mentre l’Italia "crolla"?

Pubblicazione:giovedì 11 aprile 2013

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Un tempo i dati macroeconomici erano scanditi dal terrore dei trader davanti agli schermi. Nelle sale operative c’erano le sveglie puntate sui principali numeri che Bloomberg comunica secondo un’agenda precisa, ripetitiva ma che mai ha abituato chi lavora in finanza. Prima dei dati sulla disoccupazione americana si cancellavano gli ordini inseriti ancora sui mercati perché lo scostarsi, in positivo o in negativo, dalle attese degli analisti su un certo numero potevano portare i mercati a muoversi in modo travolgente. Ora è tutto diverso.

Diverso non significa che rimpiangiamo il non aver più colleghi con il colletto bianco alla Gekko che sul dato macro chiamano il giovane Buddy per urlargli contro di comprare qualcosa. Diverso significa che i mercati sembrano ormai insensibili alle notizie, a previsioni disattese, a colpi di scena. Sembra che azioni e obbligazioni sonnecchino, mentre i dati non le smuovono più e gli operatori li guardano distratti mentre finiscono il panino.

La grande liquidità immessa dalle banche centrali ha dato la possibilità alle grosse istituzioni di investire prendendo a prestito soldi a tassi bassissimi ed esse hanno comprato di tutto. Da ottobre 2011 l’indice SP500 è salito ininterrottamente del 46% segnando un nuovo massimo. Allo stesso tempo sono saliti i titoli di stato, l’oro (ma con fortuna inferiore), il petrolio (anche se meno virtuoso). Sembra che le correlazioni tra asset class siano finite. Finiti i bei tempi in cui se saliva il mercato azionario scendeva quello obbligazionario e viceversa. Addio oro come bene rifugio da comprare quando le azioni puzzavano di crollo. Ora sale tutto, con forza, perché le banche di investimento che prendono soldi a prestito dalle banche centrali li devono far fruttare e lanciano ordini di acquisto indistintamente. Con l’SP500 è salito anche il DAX (+50% nello stesso periodo), ma il mercato italiano no. Tuttavia non possiamo lamentarci o biasimare gli investitori esteri che ci evitano se non abbiamo un governo, abbiamo un debito pubblico incontrollato, un Pil che non cresce e finiamo sui giornali per scandali come quelli di Finmeccanica ed Eni.

Comunque sia, a dispetto dai dati macro riportati, questi acquisti stabilizzano tutto e annientano le sorprese. Ieri mattina sono stati pubblicati i dati sulla produzione italiana: -3,7% (a febbraio, su base annua) addirittura peggio delle attese. Questo dato non ha smosso il mercato e anche l’indice italiano ha continuato a salire con forza, spinto in primo luogo dalle banche. E proprio le banche hanno continuato a correre, nonostante fosse arrivato un comunicato terrificante dall’Unione europea.

In questo comunicato, la Commissione dice che le banche italiane sono diventate più deboli, che hanno difficoltà ad accedere ai mercati internazionali convenzionali della liquidità (prestiti a breve termine, anche un giorno, tra banche), che sono quindi dipendenti dai prestiti della Bce. In aggiunta viene sostenuto che le banche non partecipano a rilanciare l’economia tramite la loro attività tipica (ormai dimenticata): quella creditizia. Ce ne è anche per i conti dello Stato: con un colpo di genio la Commissione europea intuisce che l’alto debito italiano non è sostenibile in un contesto di contrazione della produttività e dell’economia in genere. Ma, udite udite, in questo contesto i mercati sono rimasti molto forti e il motivo è sempre quello: si deve investire a tutti i costi.


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