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FINANZA/ Lo tsunami giapponese può affondare l’Italia

La ricetta con cui il Giappone vuol affrontare la crisi sta generando una massa monetaria pronta a cercare occasioni di investimento anche in Europa. L’analisi di UGO BERTONE

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Ma chi sta sbagliando? Le statistiche che, ogni giorno, piovono da Bruxelles, Roma, Francoforte o dal Fondo monetario internazionale suonano la stessa lugubre sinfonia della recessione. Intanto i mercati finanziari corrono, facendo incetta di titoli governativi e di azioni. Un’apparente contraddizione che, al solito, ha smentito le previsioni degli esperti più improvvisati, che pure imperversano sui media. La logica dei flussi di capitali e, di riflesso, l’andamento delle Borse, dei tassi di interesse e dello spread segue una logica che nulla ha a che vedere con le scelte politiche domestiche. Può capitare (ed è già successo) che i due percorsi si incrocino. Ma non ha alcun senso stabilire un nesso meccanico tra l’azione o le opinioni politiche a breve e la reazione dei mercati.

Semmai occorre cercar di intuire le tendenze che si manifestano dietro i movimenti dei listini. O se preferite scoprire la logica che si manifesta dietro l’apparente follia con cui i mercati reagiscono ai numeri dell’economia reale. La forbice della congiuntura, infatti, è sempre più divaricata. Da una parte si moltiplicano i segnali di ripresa negli Usa. L’ultimo dato, relativo alle richieste di sussidi alla disoccupazione negli Stati Uniti, registra un calo di 42.000 unità a 346.000. Nel frattempo migliora la situazione del mercato immobiliare, da dove cominciò la lunga recessione. Al contrario, il bollettino della Bce, ad esempio, segnala che a fine 2012 il tasso di disoccupazione nell’Eurozona ha continuato a crescere “raggiungendo livelli senza precedenti”. Secondo i dati delle indagini, la disoccupazione ha toccato il 12% a febbraio, un numero che lascia prevedere “un ulteriore calo dei posti di lavoro nel primo trimestre del 2013”. Anche perché la congiuntura sembra volgere al brutto stabile: i ritardi sulle riforme strutturali, continua il bollettino, “pesano e rappresentano un elemento di rischio per la ripresa dell’Eurozona nella seconda metà del 2013”.

Di fronte ai numeri dei senza lavoro in Europa sarebbe facile spiegare un calo dei mercati azionari. Se poi lo sguardo si spinge sull’Italia, le prospettive finanziarie dovrebbero essere catastrofiche o giù di lì: non passa giorno senza che non chiudano i battenti centinaia di imprese; il rapporto debito/Pil, nonostante gli sforzi sopportati, s’avvia a salire al 130%, massimo storico in tempo di pace; i conti sembrano avviati a un percorso virtuoso, ma solo se, ammonisce il ministro uscente Vittorio Grilli, non verrà messa in discussione l’Imu, in barba a tutte le promesse elettorali (anche del premier Mario Monti); sul fronte delle trattative del nuovo governo o del Quirinale regna la nebbia più fitta. In sintesi, è giustificato l’allarme di Olli Rehn, il commissario Ue che ha sollevato il pericolo tangibile di un rischio default dell’Italia, sufficiente da solo a far saltare l’euro. Ma, a giudicare all’andamento dei mercati, non sufficiente a far salire il rendimento dei titoli di Stato italiani o lo spread Btp/Bund, che procede per la sua strada del tutto incurante delle riflessioni di Pier Luigi Bersani o di Silvio Berlusconi.