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FINANZA/ I due "schiaffi" all’euro che mettono a terra l’Italia

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A dare un occhio ai dati macroeconomici Usa e zona euro capiamo che stiamo parlando di due mondi che si allontanano dal cuore della crisi a velocità totalmente diverse. Se poi andiamo a leggere i giornali di qualche giorno fa, dove si parla di Grecia e Cipro, o andiamo a leggere i giornali che usciranno tra qualche mese e che parleranno magari di Slovenia e Italia, capiamo che il tasso di cambio a 1,305 euro per un dollaro non avrebbe ragione di esistere. È invece lì per mano dei lottatori statunitensi che fanno la loro parte in questa guerra dei cambi in atto in tutto il mondo, e che sembra più uno scontro di lotta grecoromana di una lotta tecnologica del XXI secolo, salvo poi dichiarare tutti che “non c’è in atto nessun tentativo di svalutare la propria moneta”, tantomeno per favorire le esportazioni. Gli ultimi arrivati a vedere la propria moneta miracolosamente svalutata sono i giapponesi che hanno immesso uno tsunami di liquidità, che si dichiarano intenzionati a raggiungere e difendere l’obiettivo del 2% di inflazione per gli anni a venire, ma che confermano che “l’azione di politica monetaria non è volta a svalutare lo yen”.

In questo momento di lotta noi europei sembriamo forse i più sprovveduti, perdendo lo scontro e mantenendo il cambio a un livello che probabilmente non possiamo permetterci. Una vera svalutazione della moneta tramite l’aumento dell’inflazione per mano delle banche centrali potrebbe forse mantenere pari l’equilibrio tra i paesi euro ma darci vantaggio competitivo sulle esportazioni. Da Bruxelles sembrano però remare contro e oltre a non lottare con abbastanza forza per indebolire l’euro pensano bene di intavolare la preparazione alla firma di un accordo di libero scambio col Giappone. Non con il Giappone di dieci giorni fa, sia inteso, ma con il Giappone di oggi che ha una moneta svalutata di quasi il 10% contro l’euro.

Tra Giappone ed Ue, siamo proprio noi ad avere le più alte barriere alle importazioni. I giapponesi difendono molto la loro produzione agricola, men che marginale a livello domestico e a livello internazionale. Noi difendiamo la produzione automobilistica facendo pagare un dazio doganale del 10% alle auto e del 22% agli autocarri provenienti dall’Impero del Sol Levante. Libero scambio significa allora che in un futuro prossimo noi potremo esportare il riso Carnaroli del Basso Pavese DOP a Tokio mentre loro venderanno le Toyota a prezzi più bassi alla casalinga di Voghera?

Non mi pare un grande affare. A onor del vero i giapponesi difendono il loro mercato automobilistico imponendo degli standard tecnici molto stringenti e molto diversi da quelli usati in Europa. Questo impone dei costi ai produttori europei che vogliano adattare le proprie macchine ed esportarle. Tutto ciò però non pare sia oggetto di revisione nei piani sul libero scambio, per cui potrebbe tranquillamente rimanere in piedi, per buona pace di chi vorrebbe vedere un giapponese su una Panda.