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FINANZA/ I 20 miliardi che fanno tremare la Francia

In Francia lo Stato rischia di vedersi accollate delle perdite fino a 20 miliardi di euro per dei titoli acquistati da Dexia. Ci spiega tutto JAMES CHARLES LIVERMORE

Francois Hollande (Infophoto) Francois Hollande (Infophoto)

Come la storia recente insegna, essere azionista di una banca ha raramente portato fortuna a uno Stato. Quando poi si tratta della Repubblica francese, anche episodi della storia meno recente, come la nazionalizzazione bancaria imposta dal presidente Mitterrand nel 1982, consigliano grande cautela. Il problema è che la crisi del bancario francese e la disinvoltura di molti enti locali transalpini non concedono più il tempo per sfogliare i libri di storia e anzi impongono di gestire in fretta i libri contabili, pena il rischio di portarli presto in tribunale. Ma per comprendere quali rovesci stanno addensando sull’Eliseo nubi tossiche da 20 miliardi di euro, occorre fare due passi indietro.

Il primo data 2 febbraio 2013, quando quel che resta di Dexia cede, al prezzo simbolico di un euro, circa 90 miliardi di crediti verso gli enti locali francesi. Sulla qualità di tali crediti, il prezzo di vendita dice già tutto, mentre per quanto riguarda la controparte dell’operazione, gli acquirenti sono la Banque Postale (5%), l’equivalente della nostra Cassa depositi e prestiti (20%) e lo Stato francese (per il restante 75%). Quest’ultimo, va notato, è anche primo azionista del cedente Dexia con una quota pari al 44% del capitale sociale. Al momento della transazione i tre cavalieri accorsi in salvataggio ritengono che tra i 90 miliardi di prestiti rilevati si trovino 9,4 miliardi di crediti tossici con una potenziale perdita - perché nei ministeri d’Europa l’ottimismo non manca mai - stimata al massimo in due miliardi di euro.

Il secondo passo indietro ci porta all’8 febbraio 2013, una settimana dopo la cessione dei 90 miliardi di Dexia. Con un tempismo che alcuni osservatori hanno definito “curioso”, il Tribunal de Grande Instance (Tgi) di Nanterre ha stabilito, ribaltando in appello una precedente sentenza, che Dexia è responsabile del dissesto finanziario della provincia di Saint-Denis, causato da alcuni finanziamenti strutturati contratti dall’ente locale negli anni ’90. In linea con il precedente processo, il Tgi ha riconosciuto che i prestiti, per quanto sofisticati sotto il profilo finanziario, non mostravano un carattere né abusivo, né speculativo, ma in conclusione di sentenza le interpretazioni estensive - e la fantasia - non sono mancate. In pratica, non avendo riportato Dexia il tasso annuo effettivo globale, ossia il Taeg, sul fax che confermava l’avvenuta transazione, l’interesse sul prestito, che a causa di un derivato aveva raggiunto livelli proibitivi per le casse della provincia, era da considerarsi nullo.

Nei giorni successivi, dopo una frenetica consultazione tra le principali banche transalpine, è emerso che nessun fax di conferma ha mai riportato il Taeg delle operazioni in essere con controparti pubbliche. Per dare un’idea del contesto, a oggi i prestiti agli enti locali francesi ammontano a più di 160 miliardi di euro, tutti costruiti - a dar retta al Tgi di Nanterre - su un tasso di interesse nullo.

Come nelle migliori tradizioni, a metà marzo l’Eliseo ha convocato in segreto una riunione d’emergenza. Sempre nella migliore tradizione, il giorno successivo partecipanti e contenuti della riunione erano pubblicati sui principali giornali d’Oltralpe. Dalle pagine di cronaca si apprendeva così che attorno al tavolo si erano accomodati i rappresentanti della Banque Postale, di Dexia, della Cassa depositi e prestiti, del Credit Agricole e di Société Générale. E dal confronto sarebbe emerso che la sentenza di Nanterre metteva seriamente a rischio i soli prestiti strutturati, ossia quei crediti che contenevano tra le pieghe dell’operazione un titolo derivato.