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FINANZA/ 1. Le tre "ipoteche" di Draghi sul nuovo Presidente della Repubblica

Pubblicazione:giovedì 18 aprile 2013

Mario Draghi (InfoPhoto) Mario Draghi (InfoPhoto)

Mario Draghi ha bacchettato di nuovo le banche e ha definito “sconcertante” che non finanzino le piccole e medie imprese dalle quali derivano i tre quarti dell’occupazione. Il canale del credito è intasato. Ma non avviene perché è stato chiuso il rubinetto centrale che al contrario pompa liquidità da almeno un anno e mezzo. La banca centrale tocca con mano i limiti strutturali della politica monetaria. La Bce ha avuto successo nel suo compito primario: tenere bassi i prezzi, persino troppo (oggi sono sotto il 2%). Non è riuscita, invece, nell’altro obiettivo che pure il trattato le assegna, cioè garantire la crescita nella stabilità.

I colli di bottiglia sono molti. Il primo è dentro il sistema bancario. Le aziende di credito sono troppo fragili e sottocapitalizzate. A sei anni dallo scoppio della crisi, l’effetto leva resta eccessivo, tale da mettere in pericolo l’intera catena ogni qual volta si spezza un anello debole. La seconda strettoia è rappresentata dalla domanda interna: troppo bassa, sostanzialmente ferma in tutta Europa, inibisce le banche e aumenta la preoccupazione sulla tenuta dei redditi e, di conseguenza, dei risparmi e dei depositi. Il bollettino della Banca d’Italia ieri conferma che «la dinamica negativa dei redditi e la forte incertezza sulle prospettive economiche e occupazionali delle famiglie continuano a influire sulla spesa per consumi, in calo da quasi due anni». Il terzo tappo riguarda il modello europeo troppo bancocentrico. Nel Vecchio Continente circa due terzi dei finanziamenti all'economia vengono dalle banche, negli Stati Uniti esse forniscono solo il 40% dei mezzi, il resto le imprese se lo procurano da sole sul mercato dei capitali, emettendo titoli.

Il problema numero uno è irrisolvibile se le banche continuano a nascondere la testa sotto la sabbia. Il riferimento ai parametri di Basilea è un fumus burocratico. La crisi del 2008 ci ha dimostrato che non basta. La convinzione che alla fine il sistema possa reggersi su una sorta di mutua fiducia, s’è rivelata fallace.

Rimuovere il secondo ostacolo spetta alle politiche economiche dei governi. E qui la questione è tanto semplice quanto difficile: non si tratta di abbandonare l’austerità ovunque e da un giorno all’altro; no, la ricetta è più sofisticata ed è stata indicata in numerosi consessi internazionali, G7, G8, G20, Fondo monetario internazionale e chi più ne ha più ne metta: i paesi che hanno messo in ordine il bilancio pubblico e possono vantare un attivo nei pagamenti con l’estero debbono aumentare la domanda interna e fare da locomotiva agli altri che, nel frattempo, sistemano i loro conti. In Europa, fuor di metafora, si tratta della Germania. Purtroppo, Draghi non ha strumenti se non la moral suasion. Tutti gli altri non sono in grado di esercitare nessuna influenza, perché non ne sono capaci o perché non sono abbastanza autorevoli.


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