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Economia e Finanza

SCENARIO/ L’Italia senza "capi" si consegna a Draghi

Mario Draghi (Infophoto)Mario Draghi (Infophoto)

Eppure sul banco degli imputati del vertice del G20 a Washington sarà al solito la Germania che si presenta con una pagella da prima della classe: il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble confermerà l’obiettivo di un bilancio tedesco in surplus nel 2016. Ma serve essere troppo virtuosi in materia di debito? Alla vigilia degli incontri di Washington tre economisti del Fmi hanno contestato dalle radici uno dei cavalli di battaglia dei campioni dell’austerità: lo studio di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, uscito nel 2010, che dimostrava come i paesi con un debito pubblico almeno pari al 90% del Pil hanno registrato dal 1946 in poi una crescita media negativa (-0,1%). Niente di vero, sostengono i tre. A questo risultato si è arrivato per un grosso errore nell’uso di Excel a causa del quale sono scomparsi i dati di alcuni paesi (Australia e Austria tra gli altri) che avrebbero ribaltato il risultato. La crescita dei grandi debitori, in realtà, è stata attorno al 2,2%, in tutto simile a quella dei Paesi virtuosi. Non è questa la soluzione della bassa crescita, incalzano gli allievi del chief economist Olivier Blanchard. Per aggredire il problema ci vuole una manovra che combini l’allargamento della base monetaria con forti interventi di fiscal policy, quella stratega che la Bundesbank vede come il diavolo.

La sensazione dell’accerchiamento può giocare brutti scherzi. Fa specie vedere la copertina dello Spiegel in cui si accusa la “bugia della povertà”, cioè la tesi per cui in Sud Europa, come lascia intendere una malintesa lettura di una ricerca della Bce sulla ricchezza degli europei, in realtà la gente campa meglio dei virtuosi tedeschi. Perciò, d’ora in poi, la Germania non verserà più un quattrino per i salvataggi della zona euro. Gli italiani? Se vogliono stare con noi, rompano i loro salvadanai.

Inutile spendere parole per ribattere a tesi così grossolane. È evidente che una nuova dose di tasse in Italia, Spagna o Grecia farebbe scendere i consumi ancora più in giù, a danno dell’industria tedesca, accelerando l’effetto domino. L’opposto di quanto suggerisce il Fondo: se l’Europa non cambia rotta rischia di essere un problema per tutti ammonisce Blanchard, perché sta rallentando troppo anche al centro, perfino in Germania. Sarebbe bene che Berlino la finisse con l’austerità almeno in casa propria.

Accetterà l’invito Berlino? Sicuro che no. A pochi mesi dalle elezioni Angela Merkel non ha alcun interesse a incrinare l’immagine di chi vuol tenere chiusi i cordoni della borsa. La Germania continuerà a essere inflessibile con se stessa e quindi continuerà a esserlo anche con il resto d’Europa. Il massimo che concederà è quello che è già stato concesso, il temporaneo congelamento delle politiche fiscali restrittive nei paesi in recessione.