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Economia e Finanza

SCENARIO/ L’Italia senza "capi" si consegna a Draghi

L’Europa continua a veleggiare verso la crescita zero, con anche la Germania che comincia a sentire la crisi. Come sbloccare la situazione? L’analisi di UGO BERTONE

Mario Draghi (Infophoto)Mario Draghi (Infophoto)

“Ma che sta capitando in Germania?” si chiede Max Warburton di Bernstein Research, uno dei più stimati analisti del mondo dell’auto. Nei primi tre mesi del 2013 le vendite di auto nella Repubblica Federale sono scese del 13%, più della media europea (-10%), peggio che in Spagna -12%. A fine marzo, fatto quasi inedito, la Germania è solo il secondo mercato del Vecchio Continente, scavalcata dal Regno Unito. Ma in realtà le cose vanno ancora peggio: il mercato “corporate”, quello delle flotte aziendali , va infatti a gonfie vele. Il che sta a indicare che le famiglie tedesche hanno stretto i cordoni della borsa.

Certo, la formidabile macchina produttiva tedesca può reggere l’impatto di una flessione in patria molto meglio dei concorrenti. In fin dei conti, Volkswagen può far valere in tutta Europa la forza che deriva dallo strapotere finanziario del Paese. Basti dire che, in media, la casa di Wolfsburg paga il denaro l’1,9%, contro l’8,1% di Peugeot (Fiat non sta senz’altro meglio). Con queste premesse non è difficile offrire ai clienti condizioni di pagamento competitive... Ma la frenata delle vendite in Germania è fonte di preoccupazione, assai al di là delle sorti dei giganti di Wolfsburg o di Stoccarda.

Le multinazionali tedesche possono produrre e vendere altrove, rimediando a una fase di stanca sul mercato interno. Ma l’allarme, per la Germania, resta. A cento anni esatti dall’uscita della fabbrica di Baton Rouge a Detroit della prima Ford T, il modello con cui inizia la storia della motorizzazione di massa, l’auto resta uno dei termometri più fedeli sia della fiducia che dei consumatori che della coesione sociale.

“Che cosa sta capitando in Gemania - insiste Warburton - Come è possibile che il mercato vada così male quando la crescita dell’economia resta buona e non mancano i posti di lavoro?”. E qui l’analista si dà questa risposta: “La frenata è legata alle preoccupazioni sul futuro dell’euro che sta intaccando la fiducia dei tedeschi”. Una paura che sembra immotivata. Proprio ieri Moody’s ha confermato la tripla A per la Germania. Moody’s elogia la “avanzata, diversificata e altamente competitiva economia” della Germania e le sue politiche che restano “sulla strada di macroeconomie orientate alla stabilità”. Inoltre, Moody’s evidenzia che la Germania “incontra un alto livello di fiducia da parte degli investitori, come riflettono i costi molto bassi di rifinanziamento”. 

Per l’agenzia, il debito della Germania è atteso in calo al 70% del Pil nei prossimi cinque anni da circa l’80% di oggi. Moody’s ha poi spiegato che l’alto debito di Berlino e le spese per gli interessi restano gestibili grazie ai bassi costi di finanziamento. L’agenzia Usa stima per la Germania una crescita in calo allo 0,4% per il 2013 e un’accelerazione all’1,5% nel 2014. Ma l’outlook resta negativo, precisa l’agenzia, a causa della crisi nell’eurozona. Per giunta, la comunità finanziaria, invece che punire i reprobi, gioca con il fuoco. La valanga di carta creata dalla Federal Reserve e dalla Bank of Japan, in attesa che parta il bazooka della Bank of England, ha inondato il mondo di 22 mila miliari di dollari che stanno intossicando Borse e titoli del debito. Perfino gli italiani, da quasi cinquanta giorni fermi a litigare sulle poltrone, possono contare su forti afflussi di capitali da parte degli operatori.