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IL CASO/ Se la nuova finanza "etica" viene dall'islam

Pubblicazione:martedì 2 aprile 2013

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Ciò che l’opinione pubblica in generale sa della sharia è il famoso divieto al tasso di interesse, ma in realtà la sharia ha una struttura molto più articolata. Ci sono alcuni principi generali: uno è legato ai problemi etici, bisogna comportarsi in maniera etica; un altro principio importante è che la finanza dev’essere al servizio dell’economia reale, quindi sì al commercio e no alla speculazione. Un altro elemento molto forte è il divieto di scommesse, al gioco d’azzardo. Poi c’è la riba che indica il tasso di interesse, la spartizione dei profitti e delle perdite, una compartecipazione è ben vista dagli inglesi perché mettono tutti allineati sugli obiettivi. Altri due principi importanti sono la certezza dei contratti (ci deve essere la chiarezza e gli obblighi devono essere definiti) e i cambi devono essere immediati, perché l’incertezza non è accettata.

 

Quali problemi di gestione pone agli istituti finanziari occidentali questo tipo di finanza?

Questo tipo di finanza richiede un’attenzione particolare oltre a conoscenze approfondite del mondo islamico, oltre a un controllo e strutture che permettano la gestione, un consiglio di esperti di sharia che verifichi i principi e questo va separato in qualche modo dall’iter tradizionale. Bisogna creare delle finestre separate.

 

Al di là dei grandi investitori internazionali, la presenza di forte immigrazione islamica in diversi paesi, compresa l’Italia, rende interessante la costituzione di banche, o altre istituzioni finanziarie, dedicate a queste comunità?

Certamente la presenza di una forte comunità musulmana rende la costituzione di banche interessante, ma senza un quadro normativo adeguato è praticamente impossibile costituire intermediari congrui ai principi della finanza islamica.

 

In Italia quindi è una strada non praticabile?

È del tutto assente un quadro normativo per cui ogni transazione diventa o costosissima o addirittura impossibile, tant ‘è vero che gli inglesi hanno costruito un quadro normativo. La finanza non nasce mai da sola senza delle regole.

 

In futuro, secondo lei, l’Italia potrebbe creare le basi per affacciarsi al mercato islamico?

Questa possibilità è legata alla nascita di un quadro politico, istituzionale favorevole a questo sviluppo. Al momento ci sono altre emergenze e indicazioni. La crisi finanziaria non ha aiutato, l’attenzione degli operatori al momento si concentra su altro. Sicuramente quello islamico è un mercato interessante. Su 6 miliardi di persone nel mondo abbiamo un miliardo e mezzo di musulmani. Un quarto della popolazione. È evidente che non possiamo ignorarli…

 

(Elena Pescucci)



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