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MPS/ Il mistero dei depositi "scomparsi" da Siena

Pubblicazione:martedì 2 aprile 2013

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Certo, Mps può farsi forte di circa 135 miliardi di euro in depositi, quindi se quei pochi sono 2 o 3 o persino 5 ci si trincerà dietro la solidità percepita, ma lo scorso anno i depositi dei clienti si sono contratti di 11 miliardi (-7,5%), raggiungendo appunto quota 135 miliardi rispetto ai 146 miliardi di fine 2011. E oggi, quanti sono i depositi? Quanto si è perso da inizio anno realmente? Lo vedremo più avanti. Di certo, in una situazione come quella attuale, con tutto il mondo che si pone domande, più o meno legittime e motivate, sulla sicurezza dei depositi bancari dopo il caso Cipro, giocare con certe cose è decisamente rischioso.

Sempre Reuters citava sabato una nota agli azionisti in vista dell’assemblea del 29-30 aprile prossimi, nella quale di diceva che «l’emersione del carattere illecito delle operazioni in esame e delle loro conseguenze patrimoniali ha esposto la banca a un danno reputazionale che si è immediatamente tradotto in pregiudizi di ordine patrimoniale, tra cui in particolare il ritiro di depositi per alcuni miliardi, successivamente alla comunicazione al mercato e sulla stampa delle rivelazioni relative alle due operazioni con Nomura e Deutsche Bank». Alcuni? Quanti? Era infatti solo il 6 febbraio scorso, quando un irritato Fabrizio Viola, ad di Mps, dichiarava in una conference call che «non c’è fuga di depositi da Mps, anche se come è logico, soprattutto nella componente più volatile della raccolta, come fondi e istituzionali, ci sono stati dei movimenti in uscita». Ora, non ho l’anello al naso e quindi so che quando le situazioni diventano difficili, come diceva Greenspan, occorre dire bugie: non è giusto ma è giustificabile, visto che i mercati non attendono altro che vedere ferite e sangue per lanciarsi impietosi come iene e, soprattutto, che all’Italia si chiede sempre un surplus di trasparenza rispetto agli altri, i quali quasi sempre fanno il comodo loro. Il problema è che o si sta zitti del tutto o si dice la verità fino in fondo. Fare come Mps, che ammette «alcuni miliardi di euro» di outflow di depositi in febbraio ma non quantifica le cifre, né del calo, né del presunto recupero di marzo, né del totale del primo trimestre, significa solo cercarsi rogne.

E la stampa estera, soprattutto quelle finanziaria, non ha il riguardo istituzionale che ha la nostra su certe materie: usa il bazooka pubblico per interessi privati. Anche perché, in effetti, quello posto in essere dal governo Monti non è il primo salvataggio di Mps, bensì il terzo (prima i Tremonti-bond nel 2009 per 1,9 miliardi di euro e poi i 2 miliardi di liquidità offerti da Banca d’Italia dell’ottobre 2011) e non pare nei precedenti due casi si fossero registrati marcati outflows di depositi (a meno che all’epoca il management utilizzasse la dottrina Greenspan). Inoltre, Viola ancora il 6 febbraio negava ogni tipo di emorragia: salvo, quella di fondi e istituzionali. I quali, però, essendo players professionisti del mercato, magari avevano già sotto la lente di ingrandimento il caso Cipro. Anche perché, cari lettori, l’operazione bail-in, ovvero far pagare il conto della ristrutturazione bancaria ai correntisti non assicurati (sopra i 100mila euro), era nelle corde dei regolatori da tempo, esattamente dal 10 febbraio scorso, quando il Financial Times citava un memorandum riservato preparato in vista dell’Eurogruppo del lunedì successivo in cui si palesava questa misura - all’epoca si pensava anche a un’haircut sul bonds sovrani (poi qualcuno a Francoforte deve aver fatto notare che la Bce ne aveva in pancia 11 miliardi e il resto erano briciole e allora si è cambiata idea) - come nuova opzione per il salvataggio finanziario di Nicosia.

Sempre il Financial Times parlava del coinvolgimento in questa operazione degli investitori internazionali, specialmente russi, che avevano usato le banche di Cipro come tax havens per anni. Guarda caso, come vi ho fatto notare venerdì scorso, proprio a febbraio si è osservato il più grosso outflow di depositi dalle banche cipriote degli ultimi tre anni: insomma, chi avrebbe pagato il conto a Cipro lo si sapeva un mese e mezzo prima, peccato che i grandi depositari, europei e russi, si siano allarmati e mossi in anticipo, lasciando le aziende cipriote a pagare il conto di un haircut del 37,5% e del congelamento di buona parte del restante capitale. Guarda caso, l’11 febbraio, il giorno dopo la pubblicazione dell’articolo, il governatore della Banca centrale di Cipro inviò una lettera (la vedete qui sotto) all’ad di Laiki Bank, Takis Phedias, con la quale lo rassicurava del fatto che qualsiasi azione deprivatoria nei confronti dei depositari era contraria non solo alla Costituzione di Cipro ma anche al primo protocollo della Convenzione europea dei diritti umani.

 


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