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FINANZA/ Gli scricchiolii della Spagna aprono il "quiz" sull’oro italiano

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Ci mostrano il peggioramento della ratio di debito e deficit proprio della Spagna nei sei mesi intercorsi tra le previsioni del Fondo monetario internazionale e le loro revisioni della scorsa settimana: di male in peggio, soprattutto il dato della ratio debito/Pil, passata da «cattiva ma sostenibile a insostenibile», per il Fmi, che certifica come a causa del deficit primario non si vedrà una flessione della curva fino al 2018. Il prestito primario generale del governo, una misura che esclude il costo dei pagamenti degli interessi sul debito sovrano, è stato rivisto al rialzo dal 4,5% del Pil del 2012 all’attuale 7,9%. Per il Fmi, «la Spagna deve dar vita a sforzi fiscali senza precedenti per portare le ratio di debito nella norma, visto che poche nazioni hanno conosciuto livelli di debito simile. Una ristrutturazione del debito appare quindi più probabile e questo imporrà costi sociali ed economici sostanziali e a lungo termine».

Ristrutturazione del debito, signori, avete letto bene: e lo certifica il Fmi, non qualche agenzia di rating o qualche hedge fund pronto a speculare. Vi pare non ci sia materia per una downgrade del rating a breve? Ma si sa, la Bce è regina nel mettere toppe: c’è il programma Step, quello che sta inondando di liquidità le banche francesi a fronte di bond bancari autoemessi con rating da barzelletta, c’è l’Ela, c’è l’estensione del programma Ltro. Per ora, ma per quanto ancora, se a settembre davvero “Alternativa per la Germania” dovesse fare il botto?

Nel frattempo, arrivano altre notizie dal fronte del mercato dell’oro di carta, ormai intrinsecamente legato ai guai del debito sovrano dell’eurozona dopo il caso Cipro. Al netto dell’incursione speculativa della scorsa settimana, gli ultimi dati della Commodity Futures Trading Commission statunitense ci confermano come hedge funds e grossi investitori (leggi banche) stiano scommettendo su un rimbalzo del prezzo dell’oro, visto che nella settimana conclusasi il 16 aprile, le posizione long - ovvero di chi scommette sul rialzo - sono aumentate del 9,8%. Insomma, si torna a giocare come prima ma con una consapevolezza in più: c’è tanto oro di carta ma poco, immediatamente disponibile, oro fisico, quello che serve a rendere sicura alla vista dei mercati una moneta, ad esempio o a onorare contratti di delivery che non siano speculazione pura sui margini. Sarà per questo che, in una vera democrazia qual è la Svizzera, si voterà sull’argomento.

Il Partito del popolo ha infatti raccolto le 100mila firme necessarie a indire un referendum, già confermato dalla Cancelleria federale, con il quale si chiede che alla Banca centrale sia vietata la vendita di riserve auree, che il 20% almeno degli assets della Banca siano in oro e che si avvii immediatamente la procedura per il rimpatrio dell’oro fisico depositato all’estero. Per gli ideatori della campagna, denominata “Salviamo il nostro franco svizzero”, «oggi l’oro è quasi l’unico asset di valore nel bilancio della Banca centrale». Certo, ci vorrà del tempo per arrivare davvero a un voto popolare che vincoli le scelte della Banca centrale, ma è un segnale, molto chiaro, di come quanto accaduto a Cipro e la disputa sulla ricchezza relativa dei paesi periferici stia spaventando molto più di quanto si pensasse. Questo in un Paese che vede l’oro al 10% del totale del bilancio della Banca centrale, un controvalore di 49,5 miliardi di franchi svizzeri, contro il 70% abbondante della Banca d’Italia con le sue 2451 tonnellate e il 90% della Banca del Portogallo con 383 tonnellate.



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