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GOVERNO LETTA/ Tasse e spese, lo "spartito" del melofilo Saccomanni

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Fabrizio Saccomanni (Infophoto)  Fabrizio Saccomanni (Infophoto)

Che c’entra tutto questo con le responsabilità di un Ministro dell’Economia e delle Finanze di un’Italia che dopo avere ristagnato per dieci anni è in recessione da cinque? Ci trase, ci trase, direbbe Antonio Di Pietro. Il corrispondente de La Stampa da Parigi, Alberto Mattioli, ha pubblicato un bel saggio “Anche Stasera - Come l’Opera Ti Cambia La Vita”. Si può parafrasarlo dicendo che “l’Opera ti cambia l’economia”. Tutti sanno che Keynes era tanto melofilo che costruì a suo spese un teatro a Cambridge (che ne era priva) e lo gestì, per anni, in prima persona. Pochi però sanno che Hayek ascoltava musica lirica alla radio mentre si vestiva e, anche per questo motivo, arrivava alla London School of Economics a fare lezione con un calzino verde e uno rosso. Gli esempi potrebbero continuare: da Paul Volcker ad Angela Merkel.

Porre un alto dirigente della Banca d’Italia alla guida del ministero dell’Economia e delle Finanze, vuol dire “commissariare” la politica economica all’istituto d’emissione? Ossia il contrario di quanto avviene in Gran Bretagna e Francia dove le relative banche centrali dipendono dagli indirizzi del Tesoro. Ciò avvenne ai tempi di Guido Carli, ma non temo che si verificherà di nuovo, perché sin dagli anni del Fmi, Saccomanni era noto come independent thinker (ossia uno che pensa con la testa propria).

Come affronterà la tragédie lyrique dell’economia italiana? In primo luogo, sa che, nonostante i drammi dagli aspetti anche truculenti, tutte le tragédies lyriques hanno un lieto fine. Le previsioni dei 20 maggiori istituti econometrici internazionali (pubblicate nei giorni scorsi) sono caratterizzate da un “agitato con moto” nel 2013 e un possibile “moderato cantabile” nel 2014. Per evitare tempi sfalsati e note stonate, la strategia non può che prevedere una riduzione della spesa pubblica e, in parallelo, della pressione fiscale-contributiva; una manovra “ben temperata” nel cui quadro si potrà affrontare anche il nodo dell’Imu.

Occorre anche un rilancio dell’investimento pubblico. Lo ha già sottolineato nelle prime interviste. A questo fine, e per un percorso più morbido nell’equilibrio strutturale di bilancio, è essenziale un negoziato con l’Unione europea. Dove sono apprezzati i buoni economisti e i buoni intenditori di musica. Un po’ l’opposto del tax and spend conclamato da Stefano Fassina. Il quale di buona musica non si intende.



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