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Economia e Finanza

BORSA & SPREAD/ La "sindrome spagnola" rovina la festa a Letta

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Quinto, il confronto internazionale tra i crediti deteriorati risente dei diversi criteri di classificazione. Se calcolati con criteri analoghi a quelli utilizzati da primari intermediari internazionali, i prestiti deteriorati delle banche italiane in rapporto ai finanziamenti complessivi risulterebbero inferiori a quelli desumibili dai dati di bilancio. Il tasso di copertura dei crediti deteriorati sarebbe inoltre più elevato di quello che si riscontra nella media di un campione di grandi banche europee e crescente nel tempo. Inoltre, nel confronto internazionale le banche italiane sono sfavorite dalla lentezza delle procedure di recupero dei crediti causata dai malfunzionamenti della giustizia civile, che allunga i tempi di permanenza negli attivi bancari dei prestiti in sofferenza e gonfia, a parità di altre condizioni, il peso delle sofferenze sui prestiti complessivi.

Sesto, cresce la raccolta al dettaglio, ma l’incertezza induce le banche a mantenere stabile il ricorso all’Eurosistema. La crescita della raccolta al dettaglio delle banche italiane conferisce stabilità alla provvista e riduce il funding gap. L’incertezza che continua a ostacolare l’accesso ai mercati all’ingrosso sta nondimeno inducendo gli intermediari a mantenere stabile il ricorso all’Eurosistema e ad aumentare le attività stanziabili. Capito perché Saccomanni all’Economia, nonostante il no di Berlusconi? Le banche italiane, lo conferma ora anche Bankitalia, scontano un problema ulteriore, nell’ultimo periodo, oltre alla sottocapitalizzazione e all’indigestione di titoli di Stato che hanno in pancia: proprio le sofferenze, finora un problema eminentemente spagnolo.

In Spagna, infatti, questo problema è al centro della crisi fin dal 2007-2008, quando i cosiddetti non-performing loans cominciarono a salire esponenzialmente per il crollo del mercato immobiliare, immediatamente riverberatosi sui mutui facili concessi dagli istituti nell’era della bolla di Zapatero. Con l’aggravarsi della crisi e la crescita esponenziale della disoccupazione, il dato ha raggiunto alla fine dello scorso anno la percentuale mai raggiunta di quasi il 13% sul totale dei prestiti concessi. In Italia non si è conosciuto un collasso del mercato immobiliare come quello spagnolo, ma a causa dell’aumento della disoccupazione dalla metà del 2011 le banche italiane hanno conosciuto un’accelerazione delle sofferenze che sta prendendo una traiettoria spagnola, seppur ritardata nel tempo ma molto acuta. Come dimostra uno studio di JP Morgan, il rischio è che questo trend - se non si inverta rapidamente e decisamente il dato di occupazione e crescita - rischi di diventare un pattern perfettamente simile a quello spagnolo, ovvero portare a un futuro prossimo di ulteriore sofferenza per le banche italiane e, quindi, di ulteriore contrazione del credito a imprese e privati.

 

 

Non lo dice il pessimista Bottarelli, lo ha confermato Bankitalia nel suo bollettino. Eppure, Francia, Italia e Spagna sono i tre paesi che nel mese di marzo hanno visto la maggior crescita di inflow nei depositi, rispettivamente 16, 15 e 11 miliardi di euro e anche questo è stato confermato da Bankitalia, parlando di crescita della raccolta al dettaglio. Il problema è che invece di essere utilizzato come cuscinetto per un surplus di fondi che vada a garantire la restituzione dei soldi presi in prestito dalla Bce nelle due aste Ltro (le banche italiane non hanno ancora restituito praticamente niente all’Eurotower, pessimo segnale), sembra che quel denaro sia stato canalizzato ancora e soltanto nel mercato obbligazionario interno.

Nel solo mese di marzo, le banche spagnole e italiane hanno acquistato titoli di debito dei loro paesi rispettivamente per 16 e 11 miliardi di euro, totalizzando un totale di 30 miliardi di euro di acquisti a testa nel primo trimestre, contro i 16 miliardi della Francia: ho la netta impressione, che anche l’asta di ieri abbia beneficiato di copiosi acquisti domestici e magari di qualche fondo giapponese.

 


COMMENTI
30/04/2013 - il rischio è un altro (Gianfranca Picco)

"le belle promesse di Letta rischiano di restare delle belle intenzioni". No, il rischio è che vengano realizzate, come probabilmente sarà, con un aumento del deficit e del debito. Ovvero con il ritorno al vecchio vizio di fare politica sociale con i soldi altrui. Così tutti saranno contenti come lo erano i passeggeri del Titanic mentre la nave puntava diritta sull'iceberg. Al contrario le risorse andrebbero ricuperate incidendo con il bisturi in tutti i bubboni del sistema Italia. Ma questo evidentemente è troppo doloroso e faticoso, meglio evitare.