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FINANZA/ 2. La sfida dei Brics a Italia e Occidente

I ministri dei BRICS (Foto: Infophoto) I ministri dei BRICS (Foto: Infophoto)

Inoltre, quella della Banca è una mossa che s’inserisce in un contesto di lento ma continuo spostamento geopolitico che ha anche altri elementi. L’Astana Economic Forum (che quest’anno giunge alla sua sesta edizione) è stato iniziato dal Kazakhstan (con alle spalle la Russia), ma ha ormai allargato la partecipazione ad accademici, ricercatori e politici di paesi emergenti, come la Cina, la Russia, molti paesi asiatici e anche alcuni paesi europei. Astana è una Davos alternativa, attraverso cui cercare posizioni comuni da “difendere” nel G20; e per individuare una strategia di lungo periodo.

Non bisogna neppure dimenticare che la Shanghai Cooperation Organisation (SCO), nata una decina d’anni fa per dialogare su problemi di frontiera e militari fra Cina e paesi confinanti, è un’istituzione che raccoglie oggi gran parte dei paesi centrali dell’Asia, la Repubblica Kyrgyza, il Tajikistan e l’Uzbekistan, il Kazakhstan e la Federazione Russa, per discutere problemi territoriali e politici comuni. Ne fanno parte anche, come osservatori, l’India l’Iran, la Mongolia e il Pakistan. Una specie di Nato alternativa? Simili cambiamenti geopolitici sono fatti con i quali occorre fare i conti: in primo luogo l’Europa. Ma c’è anche una ragione economica.

I BRICS sono paesi con immensi territori, totalmente da infrastrutturare. Creare infrastrutture, oltre a rafforzare la governance del territorio, potrebbe essere un fattore di correzione delle ineguaglianze che la veloce crescita ha creato e creerà. Una Banca per gli investimenti in infrastrutture servirebbe a questo. In secondo luogo, i BRICS in cerca di materie prime potranno proporre investimenti in infrastrutture dialogando direttamente con i paesi cui chiedono risorse, senza dover passare da istituzioni finanziarie internazionali da cui non si sentono rappresentati o che, come già abbiamo accennato, potrebbero obiettare a un loro modus operandi che di fatto rende i paesi partner dipendenti dalle logiche economiche dei nuovi giganti emergenti; con molta probabilità ciò andrebbe a scapito anche di paesi come il nostro, o altri paesi europei almeno altrettanto dipendenti da materie prime.

Ritengo che la Banca si farà. L’incertezza è sui tempi, ma si farà. L’incertezza è poi sui risultati e sugli effetti, politici ed economici nel lungo periodo. Ma questo dipende anche da noi. E’ una sfida, infatti, a capire cosa significa cooperare internazionalmente, con una tenacia e una capacità di dialogo maggiori di quelle sinora dimostrate.

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