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Economia e Finanza

FINANZA/ 2. La sfida dei Brics a Italia e Occidente

Come impatta sull'economia mondiale in crisi la riunione dei BRICS che ha deciso di fondare una banca che sarà riferimento per chi produrrà il 40% del Pil mondiale? Ne parla GIUSEPPE FOLLONI

I ministri dei BRICS (Foto: Infophoto)I ministri dei BRICS (Foto: Infophoto)

Nel recente quinto summit dei cosiddetti BRICS (un acronimo che raduna le iniziali dei principali paesi emergenti: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), tenutosi a Durban (Sudafrica) il 26-27 marzo scorso, è stata proposta la fondazione di una Banca d’investimenti per lo sviluppo. Lo scopo della nuova Banca dovrebbe essere quello di finanziare in particolare progetti infrastrutturali; la Banca avrebbe come “fondatori” i BRICS, con un capitale iniziale di almeno 50 miliardi di dollari, ma potrebbe essere allargata ad altri paesi emergenti dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina.

L’ipotesi era già stata avanzata alcuni mesi or sono; e il passaggio dalle intenzioni all’operatività prenderà probabilmente tempo; tuttavia la notizia è impressionante, ed è legata a una serie di questioni che la forte crescita (passata e futura) di questi paesi emergenti porta con sé. I paesi del gruppo BRICS hanno in comune una crescita che negli anni passati è stata assai più elevata di quella dei paesi avanzati e che continuerà a esserlo anche in futuro. Contano oggi il 17% del Pil mondiale; nel 2050 arriveranno al 40% (secondo Goldman-Sachs; vi sono altre stime e tutte indicano un’impressionante crescita del peso di tali paesi), con una popolazione che sarà pari a circa il 37% di quella complessiva. Hanno in comune anche problemi di crescente ineguaglianza: sia la Cina, sia l’India, nella quale alcuni stati stanno crescendo e altri sono al palo (per questo l’India è oggi tentata da un maggiore centralismo, ritenuto un fattore che, sull’immediato piano economico, si è dimostrato positivo nell’esperienza cinese), sia infine il Brasile, uno dei paesi con un indice d’ineguaglianza fra i più elevati, che solo le politiche distributive del governo - non la crescita - hanno negli ultimi anni abbassato. Ma ci sono anche diversità fra tali paesi, e fattori che non appaiono favorevoli a farli operare veramente in modo congiunto.

La Russia ha una base economica sostenuta dall’esportazione di prodotti energetici; cerca di diversificare la propria struttura economica, ma le occorrerà del tempo. La Cina e l’India si propongono come aree mondiali di produzione industriale e cercano materie prime (in Africa - con forme che fanno pensare a un neocolonialismo economico che molti osservatori africani già denunciano - o in altri paesi asiatici come l’Iran). Inoltre, hanno storie politiche ed economiche molto diverse fra loro. Infine, c’è il problema della leadership. Ci sarà reale partnership o un Paese dominante?

Perché, allora, nonostante questi problemi, decidono di avviare un’importante istituzione formale comune fra loro, una Banca d’investimento per lo sviluppo? Una prima, più ampia ragione, è geopolitica. Il ministro delle finanze del Sudafrica, Pravin Gordhan, annunciando la notizia alla fine del summit ha detto senza mezzi termini che le istituzioni finanziarie internazionali sono ancora dominate dal contesto emerso dalla Seconda guerra mondiale, con egemonia americana ed europea e con altri paesi e continenti assolutamente sottorappresentati. E’ ora, quindi, di cambiare.