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FINANZA/ 1. Il "samurai" e la "spia" che mettono Draghi nell’angolo

Ieri è stata una giornata particolare per i principali banchieri centrali, ma Mario Draghi, Presidente della Bce, sembra essere quello messo peggio. L’analisi di UGO BERTONE

Mario Draghi (InfoPhoto) Mario Draghi (InfoPhoto)

Lasciate ogni speranza voi che entrate: “L’inflazione scesa ancora” e la previsione di ripresa nel secondo semestre “è soggetta a rischi al ribasso”. L’euro “non è una porta girevole” da cui si entra e si esce a piacimento. E “gli eventi di Cipro rinforzano la nostra determinazione a sostenere l’euro”, ma non tutti visto che la decisione iniziale dell’Eurogruppo su Cipro, controfirmata dalla Bce, che prevedeva perdite anche sui depositi bancari sotto i 100.000 euro “non è stata una mossa intelligente”.

Così parlò, deludendo le speranze delle Borse, Mario Draghi nel giovedì dei governatori. E quel richiamo alla “mossa non intelligente” su Cipro fa suonare un campanello d’allarme: il governatore della Bce è stato costantemente informato delle trattative in corso con Nicosia? Oppure l’Eurogruppo guidato dal pittoresco Jeroem Djissembloem ha fatto tutto da solo o informato solo le controparti tedesche? Draghi è stato scalzato, per l’occasione, da Jorg Asmussen, il membro del direttorio della Bce di nomina tedesca? O è stato messo in minoranza, costretto a togliersi un sassolino dalla scarpa nella conferenza stampa? Senza voler eccedere nella dietrologia, il sospetto è che qualcosa si sia incrinato negli equilibri ella Bce che avevano consentito a Draghi, con il pieno appoggio di Angela Merkel, di sostenere il programma Omt, cioè gli acquisti di titoli italiani e spagnoli sul mercato.

Intanto, mentre il governatore della Bce dava il via alla consueta conferenza stampa mensile di Francoforte, Mervyn King chiudeva una delle ultime riunioni del board della Bank of England sotto la sua direzione. In attesa di cedere lo scettro della banca centrale più antica del pianeta a un oriundo in arrivo dal Canada, Mark Carney, che approderà a Londra nel prossimo luglio con un mandato forte: faccia quel che deve o anche di più pur di sgominare la recessione.

In estate si avranno già i primi riscontri della svolta di ieri della Bank of Japan. Si pensava che Haruhiko Kuroda, sbarcato per volere del premier Shinzo Abe alla testa del board della banca centrale, avrebbe dato prova di diplomazia di fronte ai colleghi, per anni fedeli compagni del governatore uscente Shirakawa, aperto oppositore della svolta espansiva chiesta da Abe. Al contrario, Kuroda ha subito schiacciato il pedale dell’acceleratore.

Tra le principali misure figura l’ampliamento dell’acquisto dei bond governativi, inclusi quelli a lunga scadenza, e di altri asset finanziari più rischiosi al ritmo annuale di circa 50.000 miliardi di yen (circa 420 miliardi di euro). Una sorta di terremoto che ha già prodotto i primi effetti sullo yen. Ma siamo solo agli inizi. La strategia di Kuroda è infatti solo uno dei tre pilastri della politica che, secondo il premier, potrebbe far uscire il Giappone da una crisi che dura da una generazione.