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MARGARET THATCHER/ La rivoluzione della Lady di ferro che servirebbe all’Italia

Pubblicazione:martedì 9 aprile 2013

Margaret Thatcher (Infophoto) Margaret Thatcher (Infophoto)

Quando nel 1959 fu eletta deputato nessuno credeva che quella donna esile dallo sguardo che incuteva rispetto sarebbe stata la creatrice della più grande rivoluzione liberale del Novecento, la “blue revolution”, il cosiddetto thatcherismo, la cui natura e missione sta tutta nella sua più celebre frase: «Non esiste la società, esistono individui». Quando le fu affidato il primo incarico ministeriale, all’Istruzione nel governo presieduto da Alec Douglas-Home, fu subito chiaro cosa l’avrebbe attesa: venne definita dai giornali di sinistra, “Maggie la taglialatte”, un’affamatrice di bambini. Il perché è presto detto: eliminò il latte gratuito nelle mense scolastiche, garantito ai bambini di ogni fascia sociale, in modo che con i soldi racimolati fosse permessa l’esenzione totale dal pagamento per i figli di famiglie disagiate. Ecco perché “taglia-latte”, ideologia in servizio permanente effettivo, appunto.

Margaret Thatcher guidò il Paese come primo ministro, l’unica donna della storia britannica, dal 1979 al 1990, un periodo che le fu sufficiente per rivoltare la Gran Bretagna come un calzino, lei che si era laureata in chimica presso il Somerville College dell’università di Oxford e fin dai tempi degli studi si occupò attivamente di politica, diventando presidente di un’associazione studentesca conservatrice. Cosa fece la Thatcher in concreto? Poche, semplici cose. Libero mercato, ovvero porre la libertà come baluardo per una società che solo attraverso il concetto di proprietà sarebbe diventata sia più prospera, sia più responsabile. Prese l’enorme patrimonio immobiliare pubblico e lo rese acquistabile, ma non da speculatori della City (che attraverso le sue riforme, trasformò nella prima piazza finanziaria d’Europa, in grado di dare lavoro a un inglese su cinque, a vario livello), bensì da operai attraverso mutui agevolati: «Se una cosa è tua, la tratti con più cura. E questo vale sia per la casa, che per la società», diceva difendendo la sua scelta.

Privatizzò e smantellò, dove serviva farlo, il disfunzionale sistema industriale pubblico, a partire dalla compagnia aerea di bandiera, la British Airways, il colosso energetico della British Gas, la principale azienda di telecomunicazioni, la British Telecommunication, la British Steel, la più importante industria produttrice di acciaio, fino alle miniere di carbone di Galles, vere e proprie creatrici di debiti a cielo aperto. Fu quello, il grande passo della Thatcher, più della reazione all’invasione delle Falkland del 1982 da parte della giunta militare argentina (di cui, muovendole guerra, decretò la morte, ma si sa, a sinistra le giunte militari fanno schifo solo se poi ribaltate da guerriglieri comunisti).

Tra il 1984 e il 1985, la Thatcher ingaggiò un durissimo braccio di ferro contro il sindacato dei minatori e il suo arcigno leader, Arthur Scargill, destinato a fare la fortuna di cantanti, scrittori e registi per almeno un decennio. Nacque addirittura una sorta di filone musicale anti-Thatcher, il cosiddetto “red wedge” (il cuneo rosso, nome mutuato da un opera di Kandinsky), ensable artistico che vedeva uniti nomi del calibro di Paul Weller, Elvis Costello, gli Smiths, Billy Bragg e molti altri, i quali dedicarono alla Lady di Ferro perle di sensibilità artistica come “Tramp the dirt down” in cui si prefigurava gente che avrebbe danzato sulla sua tomba o “Margareth on the guillottine”, in cui si auspicava la sua decapitazione in stile presa della Bastiglia.


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COMMENTI
09/04/2013 - commento (francesco taddei)

sembra quasi una santa. tasse abbassate ai più ricchi e alzate alle fasce minori. comunque anche gli italiani hanno privatizzato: i risultati dei governi prodi-amato-ciampi sono noti.