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Economia e Finanza

MARGARET THATCHER/ La rivoluzione della Lady di ferro che servirebbe all’Italia

Margaret Thatcher (Infophoto)Margaret Thatcher (Infophoto)

Il mondo intellettuale, quello che a Londra abitava a Holland Park o Notting Hill e a Milano in zona Brera, applaudiva compiaciuto. Non il cosiddetto proletariato di cui si autoproclamavano cantori e difensori, però, non a Tower Hamlets o a Coventry o Birmingham. Quando la battaglia fu vinta e le miniere chiuse, di quella lotta restò la retorica. Nel 2005, però, con enorme onestà intellettuale, in occasione del ventennale degli scontri per la difesa delle miniere, il quotidiano leftist Guardian andò a intervistare alcuni ex minatori. E cosa scoprì? Che grazie alle liquidazioni più buonuscita molto generose concesse e grazie al programma di aggiornamento e reinserimento sociale messo in piedi dal governo Thatcher, la gran parte di quei lavoratori ora operava nel volontariato, presso onlus o centri di aiuto e ascolto nelle loro comunità: «Un po’ meglio che marcire in miniera», disse onestamente uno di loro. Ma si sa, di quella battaglia di libertà, prima sociale che economica, restano solo film amari come “Grazie, signora Thatcher” e tanta, troppa retorica.

Altra grande battaglia è stata in campo macroeconomico, dove si è verificato un passaggio dalla politica fiscale volta al controllo della domanda aggregata all’applicazione di una politica monetaria rigorosamente ispirata alla stabilità. In politica fiscale, l’obiettivo era quello di ridurre il disavanzo pubblico. In materia di tassazione, ci si riprometteva di ristabilire gli incentivi al lavoro, al risparmio e all’investimento, attraverso tagli a tutte le aliquote, in modo particolare quelle più alte. La filosofia alla base di questi provvedimenti era che ristabilire gli incentivi fosse più importante della ricerca dell’equità. Ma il campo in cui è stata davvero una campionessa è stato, come scrive Patrick Minford, quello delle riforme microeconomiche, o delle politiche dell’offerta: «Dopo la campagna del 1979-82, volta all’abbattimento dell’inflazione, intraprese una riforma senza sosta per rivitalizzare l’economia dell’offerta, con leggi specifiche su regolamentazione dei sindacati, privatizzazioni, deregulation, riforma finanziaria delle amministrazioni locali, edilizia, riforme radicali delle tasse e molto altro».

Margaret Thacher, poi, saprebbe come mettere a posto i vari Barroso e Van Rompuy, esattamente come fece nel giugno 1984, al congresso per il bilancio finanziario europeo a Fontainebleau, quando la Lady di Ferro pronunciò la famosa frase «I want my money back!» («Rivoglio indietro i miei soldi!»), riferendosi al 50% dei finanziamenti per l’Europa che finiva al settore agricolo. Con questa regola, i paesi più attivi nell’agricoltura (soprattutto la Francia, padrona di casa del congresso) beneficiavano di un importante contributo alla propria economia, a danno di quelli meno attivi come proprio il Regno Unito, che di fatto sostenevano l’altrui settore primario. Il Primo Ministro pretese e ottenne una revisione di tale accordo, che finì per creare l’assegno britannico, il cosiddetto “rebate”, in pratica una forte riduzione del contributo della Gran Bretagna all’agricoltura europea, una compensazione tra dare e avere al bilancio.


COMMENTI
09/04/2013 - commento (francesco taddei)

sembra quasi una santa. tasse abbassate ai più ricchi e alzate alle fasce minori. comunque anche gli italiani hanno privatizzato: i risultati dei governi prodi-amato-ciampi sono noti.