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IL CASO/ Bertone: calcio ed economia, la "figuraccia" è doppia per l’Italia

UGO BERTONE spiega in che termini gli investimenti, il fair play, e la capacità di incidere sulla società del mondo del calcio influiscono sull’economia generale di un Paese

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Ne convengo: la metafora del calcio come specchio della realtà politica e/o economica, è tra le più usate e abusate. E spesso conduce a grossolani errori di valutazione e a eccessi retorici. Ma il panorama del “football” a metà 2013, nel momento forse più delicato della storia della costrizione dell'Unione europea, è un'occasione troppo ghiotta per non cogliere al volo il “cross della storia”. Tanto per cominciare, l'esempio di scuola arriva dalla Germania. Pochi si ricordano le gesta  della Nazionale tedesca  tra i Mondiali del '98 e gli Europei del 2000. A ragione, perché sono stati gli anni orribili di una squadra da sempre protagonista. Nel '98 finì con una dura batosta a opera della Croazia. Nel 2000 fu il Portogallo a infliggere un secco 3-0 ai tedeschi, campioni in carica. Sarà un caso, ma negli stessi anni la Germania viveva una stagione di incertezze anche sul piano economico e sociale. Passata l'euforia per l'unificazione, il Paese si trovava a fare i conti con un'industria meno competitiva, il rischio delocalizzazione da parte delle imprese di punta, il debito pubblico accumulato con gli sforzi per rilanciare la Germania Est, con picchi di disoccupazione a due cifre.

Sono gli anni in cui la Grosse Koalition ridisegna il modello Germania all'insegna di più competitività (grazie agli sgravi sulla fiscalità delle imprese) e pressione sui consumi (causati dall'aumento dell'Iva) in funzione del rafforzamento dell'export. L'operazione è resa possibile grazie all'accordo imprese-sindacati sulla base di uno scambio: moderazione salariale contro tutela dei posti di lavoro. Gli investimenti per dare il colpo di manovella alle riforme sono resi possibili dall'accordo in sede europea, dove alla Germania viene consentito di sforare il tetto di Maastricht. Negli stessi anni il calcio tedesco investe massicciamente nelle scuole federali (17 in tutto il Paese) e nelle infrastrutture per lo sport. 

Intanto, unica tra le grandi leghe professioniste, la Germania pratica anzi tempo il fair play finanziario, ovvero l'aderenza del calcio all'elementare principio per cui le spese vanno finanziate con i profitti generati dall'attività. I mecenati, nel frattempo, diventano sponsor, sulla base di un principio dare/avere misurabile. Oppure, il loro intervento è coerente con un'immagine di policy aziendale in cui si vede l'impronta sociale delle aziende: a Leverkusen da sempre lo sponsor è la Bayer, così come a Wolfsburg, senza far follie (ma vincendo un titolo) governa Volkswagen.

Il risultato è che in questi anni in Germania è accaduto che l'Hoffenheim, città di 5 mila abitanti, ha sfiorato il titolo. Ovvero il rispetto di regole eguali per tutti rende possibili i “miracoli” impensabili altrove. A tutto vantaggio di stadi pieni e di attenzione crescente, in patria e fuori. Un equilibrio che, per paradosso, rischia di infrangersi nel momento del trionfo, cioè del derby in Champions League tra Bayern Monaco e Borussia Dortmund.