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IL CASO/ Bertone: calcio ed economia, la "figuraccia" è doppia per l’Italia

Pubblicazione:venerdì 10 maggio 2013

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La Lega calcio, dopo un lungo stallo, resta nelle mani di un presidente che, raddoppiando lo stipendio, fa il comunicatore di una banca che ha il peso del creditore (e pure azionista) di una squadra associata. Alla faccia del conflitto di interessi. Intanto la Federazione è in mano a un sempreverde, pare, comunque insostituibile: non vale il parallelo con il presidente della Repubblica solo per l'abissale distanza tra la statura dei protagonisti.

Sul sistema, inoltre, grava l'ipoteca del passato, da calciopoli al calcioscommesse, con il suo corredo di domande senza risposte e di ferite che bruciano ancora. Come sempre capita quando l'incapacità di un sistema di autogovernarsi favorisce la supplenza dei magistrati. In questa cornice una sola società, la Juventus, è riuscita a concretizzare il varo di uno stadio di proprietà degno delle esigenze di un pubblico normale. I benefici si sono riflessi subito sui conti, ma la squadra leader del campionato, con un giro d'affari di 270 milioni, è sotto del 40% rispetto alla vetta d'Europa. E la Borsa, che di rado mente, attribuisce un valore di Borsa di 2,5 miliardi di euro circa al Manchester United contro i 213,4 milioni della Juventus.

Urgono riforme, insomma. Ma il sistema non è capace di rispondere. Lo dimostrano i recenti convegni, del tutto inutili, sui disegni di legge sugli stadi. Lo dimostra il futile tentativo di coinvolgere azionisti stranieri purché in un ruolo di minoranza, ovvero di soci silenti che non mettano bocca nella gestione dei club fermi, a livello di governance, all'età della pietra. 

È il dramma di un Paese che ha giocatori, allenatori, manager all'altezza della competizione. Ma riesce, per ora, solo a dare il peggio di sé.



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