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Economia e Finanza

SPILLO/ Strategie anticrisi per l’editoria? Copiamo dalle banche anni 90

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I vecchi bancari-burocrati vennero esodati in via progressiva, con accordi sindacali e fondi-esuberi (finanziati essenzialmente da imprese e lavoratori); e furono sostituiti da “professionisti della finanza” completamente nuovi, a cominciare dai promotori finanziari. Banche che prima non c'erano (prima fra tutte Mediolanum) divennero concorrenti di prima fascia a fianco dei “campioni nazionali” che si formarono con almeno tre ondate successive di aggregazioni.

Non è questa la sede per un bilancio - tuttora molto dibattuto - di questo gigantesco processo di trasformazione, non solo economica (chi segue queste note sa comunque che la valutazione di chi scrive è positiva, anche e forse soprattutto dopo la grande crisi finanziaria). Ai fini di questa suggestione comparativa conta che quel cambiamento si sia effettivamente realizzato, in tempo reale, sulla base di un disegno-Paese messo a punto da forze politiche e Banca d’Italia, cui le banche di allora diedero una risposta sostanzialmente adeguata. Non era affatto scontato.

Di più: lo Stato ci puntò indubbiamente importanti agevolazioni fiscali per scorpori e aggregazioni, ma erano il contrario dei “sussidi”. Il “nuovo” sistema bancario a matrice imprenditoriale risultò poi finanziato soprattutto dal mercato. E chi comprò un’azione del Credit all’Ipo del dicembre 1993 a poco più di un euro se l’è vista restituire da Alessandro Profumo a sei euro poco più di cinque anni dopo, al debutto dell’euro. UniCredit è diventata la prima banca a realizzare una fusione transnazionale nell’eurozona. E a guadagnarci - per molti anni - sono state soprattutto le nuove fondazioni bancarie, che hanno potuto resistere a tutti i prevedibili tentativi di ri-statalizzazione.

Il settore media italiano, per sopravvivere, ha bisogno di una scossa analoga. Ha bisogno di nuove proprietà, di nuovi capitali, di nuovi dirigenti, di nuove professionalità, di nuove strutture di costi, di nuove strategie. Ha bisogno di fusioni e di partnership estere che agitino management e redazioni. Ha bisogno di dar spazio a concorrenti emergenti. Ha bisogno, chissà, anche di sperimentare azionisti nuovi come le fondazioni (il colosso tedesco Frankfurter Allgemeine è controllato dalla Fazit Stiftung).

Forse ha bisogno anche di aiuti pubblici momentanei: perché - come le banche - anche gli intermediari di informazioni sono aziende “un po’ più uguali delle altre”, senza le quali una democrazia non è tale. Ma gli aiuti vanno decisi da una guida pubblica degna di questa nome e vanno meritati prima che richiesti o pretesi da chi poi li riceve. Editori e giornalisti finora non hanno fatto nulla per meritarseli e quando ripartono dalla domanda di rifinanziamento puro e semplice dei prepensionamenti non mostrano di meritarseli. Il contratto nazionale può essere per tutti l’occasione giusta - forse l’ultima, forse obbligata come la legge Amato-Carli per le banche di allora - per tirare fuori qualche buona idea. E non solo.

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