BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

SPILLO/ Strategie anticrisi per l’editoria? Copiamo dalle banche anni 90

La media industry italiana, oggi con i conti in rosso, presenta alcune somiglianze con quel comparto bancario che la crisi, invece, la affrontò negli anni '90. L'analisi di GIANNI CREDIT  

InfophotoInfophoto

La media industry italiana è in crisi. Ha i conti in rosso, è fatta di aziende piccole, a corto di capitali strategici, lontane dagli standard di offerta e di efficienza della concorrenza internazionale. Il settore ha troppi addetti, mediamente un po’ anziani e quindi già un po’ analfabetizzati di ritorno; pagati un po’ troppo e con contratti molto rigidi. In molti casi neppure la proprietà sembra aiutare molto, in termini di reale imprenditorialità-media, di capacità-volontà d’investimento o di conflitti d’interesse: come nel patto Rcs, al Sole 24 Ore, ma anche là dove i padroni sono Silvio Berlusconi, la famiglia Agnelli, Carlo De Benedetti o Francesco Gaetano Caltagirone. Questa media-industry - dalla quale sia gli imprenditori che il sindacato dei giornalisti chiedono levando appelli al nuovo governo - presenta singolari somiglianze con un altro comparto del terziario italiano che affrontò una crisi epocale un quarto di secolo fa: quello bancario.

Negli anni ’80 le banche italiane erano tutte fondamentalmente non-imprese: anche le prestigiose Bin controllate dall’Iri, anche la loro blasonata controllata Mediobanca. Dalla Cariplo al San Paolo di Torino, fino ai Banchi di Napoli e di Sicilia - ma anche le Popolari maggiori, così come le piccole casse rurali - erano tutte burosauri zeppi di bancari-passacarte pagati per 16 leggendarie volte all’anno, con annesso mutuo low-cost. Non era una “industry” che potesse pensare di affrontare la concorrenza che si andava aprendo con l’euro: zero dimestichezza con una gestione del risparmio che non fosse il deposito; pochissima pratica a far credito senza garanzie reali o con strumenti di mercato; competizione impedita dal divieto di aprire sportelli, ma frenata anzitutto dal fatto che la redditività non era un obiettivo e un parametro di confronto. In Borsa erano quotate poche banche e non erano contendibili; lo Stato era un padrone quasi unico - e quindi anomalo - e la Banca d’Italia amministrava il business attraverso un fitta maglia di regole amministrative. La patrimonializzazione non era certo granché, così come i livelli di innovazione tecnologica.

Questo sistema non aveva alternative a cambiamenti drastici: e lo sapevano bene gli uomini di Stato che s’incaricarono di disegnare una grande riforma. La firmarono, nel 1990, Guido Carli e Giuliano Amato, ma nel “concept” politico-finanziario ebbero un ruolo almeno pari Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi. La ricetta fu chiara. Il sistema andava ricostruito - e lo fu - nella proprietà: via l’Iri e avanti la Borsa per Comit e Crediti; via il Tesoro (e le nomine del Cicr) dall’Imi, dalla Bnl, dalle Casse di risparmio e dagli altri gruppi pubblici e spazio alle Fondazioni da far crescere come investitori istituzionali legati alla sussidiarietà federalista. Ma soprattutto: avanti con fusioni e acquisizioni (anche ostili, o con l’ingresso di partner bancari e assicurativi europei) per aumentare velocemente le dimensioni del sistema, attirare nuovi capitali da investire e manager di nuova generazione capaci di riorganizzare.