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Economia e Finanza

FINANZA/ La "balla" che ci tiene ancora prigionieri dell’euro

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La storia è questa. La Francia, nel 1895, decide di imporre una nuova moneta, il Franco. Nel 1865 con un trattato aderiscono alla stessa moneta Belgio, Italia e Svizzera, creando così una unione monetaria, un primo abbozzo della futura unione monetaria europea. A tale unione si unirono in seguito Spagna, Grecia, Romania, Austria-Ungheria, Bulgaria, Serbia, Montenegro. Con la Prima guerra mondiale, le differenze tra i paesi si acuirono e quindi nel 1927 l’unione monetaria si sciolse. Conseguenze? Nulla di traumatico.

Un’indicazione interessante viene anche dalla vicenda dell’Islanda. Il Paese nel 2008 venne travolto da una crisi finanziaria e bancaria spaventosa. Il governo tentò di salvare il sistema bancario, ma le cifre in ballo erano di tale portata che il salvataggio rischiava di portare il Paese in bancarotta. Inoltre, negli stessi anni, i governi stavano valutando la possibilità di entrare nell’euro. Con quella crisi, si colse l’occasione di verificare l’entrata accelerata nell’Unione monetaria e di un salvataggio del Paese condotto dagli aiuti della Bce. Ma l’elemento decisivo fu l’intervento del popolo: il governo chiese al popolo, tramite un referendum, cosa doveva fare. E il popolo scelse: niente Euro e niente salvataggio delle banche.

In una recente intervista, così si è espresso sull’argomento il Presidente della Repubblica islandese Grimsson: “Se fate un paragone con quanto è successo in altri paesi dell’Europa, la riuscita esperienza islandese si è avverata in modo diverso su due aspetti fondamentali. Il primo, consiste nel fatto che noi non abbiamo seguito le politiche ortodosse che da trent’anni in qua si sono imposte in Europa e nel mondo occidentale. Noi abbiamo lasciato che le banche fallissero, non le abbiamo salvate, le abbiamo trattate come le altre imprese. Abbiamo instaurato dei controlli sui cambi. Abbiamo cercato di proteggere lo stato previdenziale, rifiutandoci di applicare l’austerità in modo brutale. Seconda grande differenza: abbiamo subito preso coscienza del fatto che questa crisi non era solamente economica e finanziaria. Era anche una profonda crisi politica, democratica e perfino giudiziaria. Ci siamo quindi impegnati in riforme politiche, riforme democratiche, e anche riforme giudiziarie. Questo ha permesso alla nazione di affrontare la sfida, in modo più ampio e più globale rispetto alla semplice attuazione di politiche finanziarie o di bilancio.”

Ecco le due linee direttrici sulle quali ci dovremo dirigere: primo, cambiare sistema monetario perché l’attuale paradigma è fallimentare; secondo, essere coscienti che occorre un più profondo cambiamento culturale, politico e sociale. Questo è quello che occorre. Occorre esserne coscienti.

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COMMENTI
13/05/2013 - euro vs popolo (Diego Perna)

...Ma non sembra si tenga molto in conto il benessere del popolo intero. .....E questo é purtroppo normale, da quand' é che chi decide avendone il potere lo la a favore del popolo.Popolo e potere sono due elementi inconciliabili, non c' é da stupirsene. Altro fatto é prenderne coscienza, ma sará un lavoro lungo e difficile perché anche la comunicazione é decisiva ed é purtroppo anche questa tutta a favore dell' euro e di chi lo ha voluto, che certo non é il popolo. Io che sono sempre piú d' accordo con i suoi articoli, proprio perché vivo del mio lavoro in modo stringente, nel senso che se non costruisco un - oggetto- non guadagno , e se sono ammalato non lavoro ecc. ecc. , capisco quindi sino al midollo il valore che dovrebbe avere il lavoro , concetto combattuto da piú fronti, proprio per devalorizzarlo. Un artigiano ha la coscienza di cosa ha fatto l' euro al proprio lavoro ma per altri é impossibile, e lo vedo nelle discussioni con i miei amici, capirlo, anche perché tutti hanno paura di perdere un poco del loro presunto benessere. Buona giornata grazie