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FINANZA/ Trucchi e profitti, arriva il "giallo" che fa tremare i mercati

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C’è però un’altra coincidenza temporale. All’esplosione della crisi greca, le maggiori banche tedesche e francesi erano strapiene di titoli greci, ad alto rendimento e dunque dal potenziale guadagno facile: i due terzi dell’esposizione pubblica greca era nei loro confronti. Tra novembre 2009 e febbraio 2010, poi, da più parti si avanzò la proposta del possibile e anzi necessario avvio per la Grecia di una ristrutturazione del proprio debito, delle sue scadenze e anche delle sue rate, con una perdita di capitale per le banche prestatrici nell’ordine di almeno il 15-20%. Il Fmi non era contrario a prescindere, si sarebbe evitato di perdere tempo e molti più soldi, oltre che di squassare l’intero mercato del debito sovrano europeo, ma proprio Berlino e Parigi si rifiutarono e si giunse al primo dei tre salvataggi.

In cambio di 105 miliardi di euro prestati da Ue e Fmi, la Grecia fu obbligata a una manovra durissima - e inutile - che comportò la perdita secca di quasi 6 punti di Pil. Le banche tedesche e francesi (più le prime delle seconde), però, ebbero tempo di vendere la grandissima parte delle proprie detenzioni di debito greco a un prezzo ancora accettabile e senza l’haircut obbligato della ristrutturazione prospettata da qualcuno: chi comprò quei titoli? Quelli denominati sotto legislazione britannica gli hedge funds, che infatti non hanno aderito al successivo swap e si sono visti riconosciuto da Atene quanto dovuto. Gli altri la Bce, che essendo creditore senior e istituzionale non viene contemplata negli haircuts in caso di swap e moltissimi le banche di Cipro, a detta degli ex banchieri perché ritenevano vantaggiosa l’operazione, visti i rendimenti. Caso strano, terminato il periodo di acquisti folli dei ciprioti, il valore facciale dei bond era rimasto quasi inalterato, ma quello di mercato era crollato, uccidendo i bilanci delle banche di Nicosia.

Solo manager stolti, quindi? Oppure la manina che nell’ottobre scorso ha cancellato quei 28mila files sapeva che tra i mittenti e riceventi di quelle mail c’erano anche nomi e indirizzi che dovevano per forza restare segreti, magari al di fuori dell’orizzonte geografico greco-cipriota? Qualcuno ha obbligato le banche cipriote a comprare quel debito? Qualcuno ha millantato, truccato le carte oppure promesso, a fronte di acquisti, qualche aiuto, magari depositi di massa al 5% vincolati per un anno negli anni a seguire? Oppure, a piani ancora più alti, aveva garantito a Nicosia che non ci sarebbe stata ristrutturazione del debito e che quindi quei bond sarebbero cresciuti di valore nell’arco di mesi?

La risposta, forse, sta in quelle mail cancellate. Tante, troppe per essere soltanto la prova della stoltaggine di alcuni dirigenti in cerca di profitti facili e trucchi di finanza creativa per non giocarsi i bonus. Ma qualcuno quelle mail le ha in mano, le ha copiate prima di distruggerle dall’hard disk e potrebbe farle saltare fuori a tempo debito. Una chiavetta di distruzione di massa.

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