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FINANZA E POLITICA/ Una nuova "minaccia" greca anche per Letta

Il rating di Atene, secondo Fitch, è migliorato. Eppure l’economia greca è devastata dall’austerity. E questo, spiega GIUSEPPE PENNISI, dovrebbe far riflettere anche Letta

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Il 14 maggio, l’agenzia di rating Fitch ha alzato il rating sul debito ellenico da “CCC” a “B-”. In Italia pochi se ne sono accorti: la notizia ha ottenuto appena qualche riga sulla stampa d’informazione, nonostante la decisione dell’agenzia abbia implicazioni anche per noi. Prima di delineare tali ramificazioni, chiediamoci se è il caso di stappare champagne o anche più modesto prosecco. Come mostra il primo grafico a fondo pagina, elaborato da Bloomberg, già da diversi mesi era in atto un ribasso dei rendimenti dei titoli di Stato decennali, passati in un anno dal 30% l’anno a poco più del 9%. Fitch ha, quindi, preso atto di un andamento già in corso e consolidato.

In effetti, si è ridotto in misura significativa lo “spread” tra i titoli greci e quelli del gruppo di Stati dell’eurozona considerati più solidi (Repubblica federale tedesca in prima fila). La riduzione dello spread è avvenuta grazie alle severe misure di finanza pubblica intraprese, non a un miglioramento dell’economia reale o a un ribasso del rapporto tra stock di debito pubblico e Pil. Al contrario, l’economia reale continua a contrarsi (dopo una diminuzione del Pil del 15% circa negli ultimi tre anni, se ne aspetta una ulteriore del 5% nel 2013) e, quindi, il rapporto tra debito e Pil aumenta.

L’indicatore che meglio riassume la situazione è l’andamento del tasso di disoccupazione. I dati Eurostat sono eloquenti: mentre il rendimento sui titoli decennali diminuiva, il numero di coloro che cercano lavoro senza trovarlo cresceva giungendo al 27% - un incremento di cinque punti percentuali rispetto al già elevatissimo 22% segnato a fine 2011. In questo quadro la disoccupazione giovanile tocca il 62% (l’andamento è riassunto nel secondo grafico a fondo pagina).

L’insieme di queste cifre vuole dire che il rischio di “Grexit”, ossia di fuoriuscita della Repubblica ellenica dalla moneta unica (con un “effetto domino” sugli Stati ad alto debito dell’eurozona) non c’è più. Questa è una buona notizia per tutti. Indica anche, però, che il costo sociale per evitarla (e ottenere un miglioramento nella classificazione di Fitch) è stato molto elevato. Chi ha mantenuto il proprio posto di lavoro ha mediamente subito una perdita almeno del 25% del proprio stipendio, salario o pensione. Ora, 3,5 milioni di greci (su un totale di 11 milioni) vivono al di sotto della “soglia di povertà”.

Tutto ciò ha lasciato ferite molto profonde e dubbi molti forti sulla strategia seguita prima per facilitare l’ingresso della Repubblica ellenica nell’unione monetaria e, poi, per varare programmi di aiuti che hanno avuto (almeno sinora) principalmente l’effetto di alleviare le pene ai creditori (in gran misura banche francesi, britanniche e tedesche) che avevano scommesso sulla Grecia nell’aspettativa che, bene o male, una rete di sicurezza avrebbe contenuto i rischi (pur elevati) che correvano.