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FINANZA/ Così il Giappone prepara una nuova crisi

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I mercati dei futures a cinque anni, infatti, stanno già prezzando un rischio deflazionistico più alto in Germania che in Giappone, un qualcosa di impensabile solo sei mesi fa, visto che Tokyo è rimasta in deflazione dell’1% per anni e anni. E cosa potrebbe significare per l’eurozona, questo? Il sogno dei keynesiani. Ovvero, a fronte di una persistente crescita zero e del diluvio di liquidità delle altre banche centrali, la Bce sarà costretta a reagire e non certo comprando yen per farlo apprezzare. No, nelle speranze di molti, c’è il fatto che lo stimolo giapponese porti Draghi ad accendere le macchine nella stamperia e comprare a più non posso come Fed e Bank of Japan.

Un errore madornale, visto che l’incaglio principale non è sovrano ma bancario: gli istituti del Vecchio Continente sono intasati come non mai di porcheria e sofferenze bancarie, se non si sblocca quella dinamo arrivederci e grazie al meccanismo di trasmissione, all’erogazione di credito e quindi alla crescita. Lo spread vero, quello che conta, è quello che pagano le nostre Pmi e quelle spagnole rispetto a quelle nordiche per finanziarsi sul mercato, non quello tra Btp e Bund, mandato in naftalina da continui acquisti proprio da parte di quelle banche su ordine di Bce e ministeri del Tesoro. Ma siccome nell’ultima conferenza stampa tenuta a Francoforte Mario Draghi ha detto chiaro e tondo che non è compito della Bce ripulire i bilanci delle banche, ecco che questo problema dovrà essere affrontato, più prima che poi, dai governi: come? Con il modello cipriota del prelievo forzoso, in caso si renda necessario salvare, ricapitalizzare o nazionalizzare una banca.

Inoltre, c’è un secondo problema: come mostra il grafico a fondo pagina, in Europa la creazione di credito nel settore privato è morta, è negativa anche in Germania. Quindi, per molti l’unica opzione per sbloccare quegli assets diciamo “problematici” e bypassare la creazione di credito nel settore privato è che la Bce faccia come la Fed o la Bank of Japan, ovvero monetizzi gli assets, creando crescita del credito dal nulla. Lo farà la Bce? Non finché alla Germania farà comodo stare nell’euro. E certamente non prima dell’esito del voto tedesco di settembre.

Il problema è che far partire un programma di allentamento quantitativo nell’eurozona, lo ha confermato il membro della Bce, Lorenzo Bini Smaghi, comporterebbe l’acquisto di un paniere rappresentativo di bonds governativi europei, quindi anche e forse soprattutto tedeschi e francesi, Bund e Oat. Così facendo, però, li si farebbe apprezzare e si farebbe ripartire la dinamica dello spread a tutto svantaggio di chi si vorrebbe paradossalmente salvare, ovvero Italia e Spagna. Qualcuno potrà anche eccitarsi, ma io sono abbastanza terrorizzato dalla strategia della Bank of Japan, il cui quantitative easing si è già sostanziato in acquisti di bond per 1,4 triliardi di dollari lungo la curva di maturazione. La banca centrale sta iniettando 75 miliardi di dollari al mese, più o meno la stessa cifra della Fed, ma in un’economia che è un terzo di quella americana: è un muro di liquidità folle che sta inondando i mercati globali.

Oltretutto, gli investitori giapponesi hanno venduto detenzioni estere nette per 59 miliardi di dollari per rimpatriare denaro e prendere profitto del boom interno. Certo, hanno comprato anche bond stranieri nelle ultime tre settimane, ma Nomura rende noto che il grosso di acquisti in securities estere di molti investment trusts - circa 3,3 miliardi di dollari - è stato in lira turca, pesos messicano e real brasiliano. Una politica simile con il debito pubblico a quota 10 triliardi di dollari, il 245% del Pil, può destabilizzare l’equilibrio interno e portare i fondi pensioni e le assicurazione a tagliare con l’accetta le loro detenzioni obbligazionarie. Nessuna nazione sviluppata ha mai avuto a che fare con una ratio debito/Pil del genere e il fatto che il 93% del debito nipponico sia detenuto in Giappone non rende il Paese immune da una crisi.