BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

FINANZA/ Così il Giappone prepara una nuova crisi

Meglio non esultare troppo, dice MAURO BOTTARELLI, per i dati che arrivano dal Giappone, in quanto dal Paese asiatico potrebbero arrivare delle brutte sorprese

InfophotoInfophoto

Da più parti, anche su ilsussidiario.net e non solo sulla grande stampa cartacea, da qualche giorno leggo commenti trionfalistici sulle cifre che giungono dal Giappone dopo l’avvio del diluvio di liquidità da parte della banca centrale. In particolare, è stato il dato del tasso di crescita al 3,5% nel primo trimestre di quest’anno a far trasecolare i keynesiani di tutto il mondo - nuovi e di ritorno -, pronti a proclamare che la trappola deflazionistica che ha ingabbiato il Paese per 20 anni è finalmente rotta. Scusate, ma non riesco a essere così entusiasta. Primo, quel dato è un dato reale, non nominale. Quindi, aggiustato a un deflattore - quello dei prezzi interni - più ampio dell’atteso a quota -1,2%, il Pil nominale è cresciuto soltanto dello 0,4% rispetto al trimestre precedente, quando gli analisti si aspettavano un +0,5%.

Certo, i rendimenti in salita dei titoli di Stato nipponici sembrano dirci che anche i mercati credono al successo dell’Abenomics sulla deflazione, così come il calo del costo dei credit default swaps. Peccato che occorrerebbe evitare sbronze troppo rapide e mantenere la lucidità necessaria per valutare anche il rovescio della medaglia, come ha fatto Junko Nishioka di RBS, a detta del quale «un rendimento attorno al 3% dei titoli decennali potrebbe scatenare un evento di mercato». Insomma, ciò che fa la gioia dei cantori della spesa pubblica, potrebbe dare il là a una crisi bancaria, visto che gli istituti nipponici detengono il corrispettivo dell’80% del Pil in titoli di Stato e le banche regionali appaiono quelle maggiormente a rischio. Attenzione, quindi, che il mercato obbligazionario sovrano giapponese non diventi, da qui a fine 2014, l’unico indicatore per capire se il ciclo stia per invertirsi.

Certo, le vendite al dettaglio stanno elettrizzando l’economia, l’indice Nikkei è salito del 70% da novembre a oggi e gli hedge fund americani e britannici sono i primi a essere saliti in giostra: brutto segno. Lo yen si è deprezzato del 30% contro il dollaro e lo yuan da agosto e del 37% contro l’euro, un fenomeno conosciuto in Giappone come “Enyasu”: insomma, export come se non ci fosse un domani ma anche export di deflazione a livello globale. Stephanie Kretz della Lombard Odier fa notare come il calo dello yen sembri sempre più un replay di quanto accaduto a metà degli anni Novanta, mentre si ponevano le basi della crisi asiatica, quando il finanziamento esterno si bloccò di colpo. A pagare il prezzo più alto alla politica giapponese ora sono Malesia, Vietnam, Thailandia e Corea, i competitor diretti a livello commerciale, ma anche la Cina: i surplus commerciali di questi paesi potrebbero infatti evaporare, prosciugati dalla concorrenza nipponica e gettare i semi di una nuova crisi del Continente.

Per Albert Edwards di Societe Generale, il deprezzamento dello yen potrebbe essere il catalizzatore in grado di far scoppiare la bolla del credito cinese, visto che la perdita di competitività sul cambio dopo anni di salari in crescita, potrebbe lasciare Pechino vulnerabile a una stretta monetaria deflazionaria: altro replay del 1997. Ma non pensiate, poi, che sia solo l’Asia a pagare dazio per il bazooka monetario nipponico. Anzi. Lo yen così basso sta già mettendo sotto pressione gli esportatori tedeschi, competitor diretti del Giappone sui mercati cinese e statunitense: se la Corea è preoccupata e lo dice, la Germania per ora tace, ma con il voto politico che si avvicina una contrazione dell’export potrebbe trasformare Berlino da gattino a tigre.