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FINANZA/ Meglio la lira che le banche di Giavazzi e Alesina

Ancora una tornata di dati pesantemente negativi per l’economia ha caratterizzato questa settimana. GIOVANNI PASSALI spiega cosa potrebbe servire al nostro Paese in questo frangente

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Ancora una tornata di dati pesantemente negativi ha caratterizzato questa settimana. Dati che tolgono ogni speranza di ripresa a breve termine. E pure la situazione di tante banche italiane, medie e piccole, non induce certo all’ottimismo. La recessione dell’economia reale sta erodendo anche i margini di guadagno del sistema bancario e a soffrirne, come al solito, sono i piccoli del sistema. La produzione industriale in continuo calo e la disoccupazione in aumento completano un quadro dell’economia italiana a tinte fosche. In tutto ciò, la politica italiana sembra annaspare appresso a risultati modesti o di ripiego. Intendiamoci: togliere l’Imu è uno strumento per ridare fiato alle finanze delle famiglie italiane. Sicuramente è un passaggio utile, specie in un’economia depressa da troppe tasse. Ma un passaggio del genere non crea un solo posto di lavoro in maniera diretta. Può crearlo indirettamente, perché maggiore liquidità in mano alle famiglie vuol dire maggiore capacità di spesa, e quindi consumi che riprendono e aziende che ricominciano a fare fatturato e, forse, alla fine, riprendono ad assumere. Ma è chiaro che ci vuole ben altro. Ci vorrebbe un’economia in ripresa, e ci vorrebbe una ripresa sostenuta e durevole.

Niente di tutto questo c’è all’orizzonte, tranne un affannarsi dietro a proposte modeste (l’Imu è una faccenda di pochi miliardi, alla fine) o proposte che, per fortuna solo sulla carta, non possono reggere il confronto con la più semplice analisi logica. Al limite, possono mostrare tutta l’inconsistenza dell’ideologia modernista e relativista, che alla prima seria crisi internazionale ha mostrato la consistenza della neve al sole. Un esempio è dato dall’editoriale di Alesina e Giavazzi apparso come editoriale su Il Corriere della Sera di venerdì 17 (sarà stato il numero a portare sfortuna?).

Inizialmente sembrano aver apprezzato il ministro Saccomanni per aver rispettato l’impegno preso da Monti di contenere il rapporto deficit/Pil entro il 3% (dovrebbe essere al 2,9%, un successo insignificante) e quindi preparandosi a far chiudere dalla Commissione europea la procedura di infrazione che era stata aperta proprio per deficit eccessivo. Ma sostanzialmente, nel prosieguo dell’articolo, lo accusano di avere il “braccino corto” (come si dice nel tennis, quando un giocatore gioca piano per timore dell’avversario), di osare poco. Commentano che, con un deficit al 2,9% e la possibilità di arrivare al 3%, il margine per spendere (per investimenti produttivi) o per ridurre le imposte è pressoché nullo. E se non si torna a spendere, o a far pesare meno il fisco sull’economia, la ripresa non arriverà mai.

Già a questo punto si può fare una riflessione interessante. I fautori del libero mercato che, di fatto, a denti stretti, sono costretti ad ammettere di aver bisogno dello Stato per far andare avanti la baracca. Un’ammissione di una certa gravità, in un impianto teorico secondo il quale meno lo Stato è presente, e meglio è per tutti: questa è la dottrina dominante, soprattutto in campo economico, dai tempi di Thatcher e Reagan in poi, fino ai giorni nostri. Ed ecco la loro brillante proposta. Si tratta di un bel piano da 50 miliardi. Una strategia che preveda, oltre a togliere l’Imu, una forte riduzione delle imposte sul lavoro, abbassando la pressione fiscale di circa tre punti di Pil. Allo stesso tempo, una riduzione delle spese dello Stato pari a un punto di Pil all’anno per tre anni, in modo da coprire progressivamente la precedente riduzione delle imposte.