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FINANZA/ I "trucchi" contabili della Germania che fanno impallidire la Grecia

Pubblicazione:mercoledì 22 maggio 2013 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 22 maggio 2013, 9.09

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Se ci trovassimo in un laboratorio di statistica, l’equazione tra beneficio attuale e costi futuri manterrebbe in equilibrio l’intero impianto dell’operazione, ma trovandoci alle prese con ministeri, banche d’investimento e agenzie europee, la situazione è più spinosa. E, di fatti, per una svista che gli analisti più maliziosi definiscono piuttosto curiosa, le regole Ue sul debito pubblico consentono di contabilizzare i vantaggi immediati, ma non obbligano a riportare tra i passivi l’impatto negativo degli swap. E così è stato: meno debito a bilancio, nessun rischio da riportare e, più importante, parametri di Maastricht rispettati.

“Nel lungo termine, non puoi vivere al di sopra dei tuoi mezzi” commentò Angela Merkel, citando i proverbi delle massaie tedesche, non appena la crisi fece capolino nel 2008. E quando l’artificio contabile di Atene divenne di dominio pubblico, simili dichiarazioni arrivarono puntuali da molti suoi colleghi di governo.

Peccato che nessuno abbia mai portato un paio di semplici questioni all’attenzione della Cancelliera o del ministro delle finanze Schauble, quest’ultimo particolarmente sensibile all’argomento. Per esempio, le questioni sollevate da un recente report del Fmi, nel quale sono passate in rassegna alcune curiose prassi contabili. Nel caso di Berlino, si dovrebbe spiegare per quale motivo e a quali condizioni il governo perfezionò nell’estate del 1998 una serie di operazioni in derivati per 70 miliardi di marchi (pari a 35 miliardi di euro, sette volte lo swap greco), classificando come “informazioni confidenziali” termini e controparti dei contratti. Va da sé che fu anche grazie a questa e altre alchimie sui bilanci che la Germania di Kohl si presentò in forma smagliante all’appuntamento con la moneta unica, l’anno successivo.

Berlino fu la sola a rifarsi il trucco prima del grande evento? In quegli stessi mesi anche le tesorerie di Francia, Italia e Belgio cominciavano a impratichirsi in derivati finanziari, senza contare che i paesi scandinavi, Finlandia compresa, da sempre sono i più attivi in questi mercati. Ma è poi necessario avventurarsi tra le insidie degli swap per abbellire le finanze pubbliche? Chi abbia un po’ di dimestichezza con le pratiche contabili risponderà di no, tant’è vero che persino un semplice titolo zero coupon, il più semplice tra quelli che le tesorerie possono emettere, si è prestato fino a pochi anni fa a diversi trattamenti, più o meno favorevoli. E sulla preferenza dei governi tra le diverse opzioni, esistono pochi dubbi.

A questo punto, forse, la tentazione è di tirare una nuova linea, dividere ancora i paesi europei, ma questa volta, più che per separare i parsimoniosi dagli spendaccioni, per stabilire con chiarezza chi abbia gestito con profitto i propri azzardi e chi no. Potremmo certo farlo, se non fosse che anche questa nuova lista di buoni e cattivi, presto o tardi, getterebbe la maschera e mostrerebbe una di quelle verità che solo gli aspetti all’apparenza marginali, quali sono i principi contabili, sanno rivelare: tattiche e astuzie sono sì necessarie e, anzi, fanno esse stesse parte del gioco, ma a nessuno di questi accorgimenti potremo delegare il compito di lavorare - governanti, tesorieri e ciascuno di noi in prima persona - per il bene comune dei popoli europei.



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