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Economia e Finanza

FINANZA/ I "trucchi" contabili della Germania che fanno impallidire la Grecia

JAMES CHARLES LIVERMORE ci spiega perché alcuni dati lasciano sospettare che la Germania abbia operato artifizi contabili del tutto simili a quelli pesantemente contestati alla Grecia

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E se lo swap greco, quello da svariati miliardi che permise al paese ellenico di entrare in Europa, fosse la copia di un’operazione contabile concepita anni prima a Berlino? Cioè, messa in parole povere, visto che ormai l’austerità si applica a tutto: se quelli che si scandalizzano per i conti truccati fossero stati i primi a truccarli? In quel caso, la tiritera che da ormai tre anni occupa le prime pagine dei giornali, quella sui paesi virtuosi e quelli spendaccioni, gli integerrimi e gli inaffidabili, assumerebbe alla fine i connotati grotteschi che ogni ipocrisia spacciata per indignazione presto o tardi rivela. Con lo spiacevole dettaglio che in questi anni, dal veto tedesco all’intervento Ue sul debito greco, il peso della crisi ha sconquassato gli equilibri europei fino a mettere in dubbio l’esistenza stessa dell’Unione (dell’esasperazione in piazza e dei gesti estremi un articolo di contabilità e finanza pubblica non dovrebbe parlare, tanto più che la tentazione di individuare nel governo tedesco un capro espiatorio è dietro l’angolo e non renderebbe servizio né alla ricerca della verità, né alla memoria delle vittime di questa crisi).

Lo swap greco, si diceva. Una mostruosità da 5,3 miliardi di euro, che vide in cabina di regia l’onnipresente Goldman Sachs nel ruolo di banca consulente, mentre Ue, Eurostat e Bce restarono a guardare in qualità di spettatori non paganti. In finanza pubblica il cross-currency swap, questa è la sua definizione completa, è uno dei derivati più comuni e funziona pressappoco così: due controparti si impegnano a scambiarsi nel corso di un determinato lasso di tempo importi in valuta diversa in base ai tassi di cambio registrati al momento dell’accordo. Mentre questo articolo è scritto, ad esempio, un debito quinquennale da 10 milioni di dollari che paghi interessi trimestrali equivale a un debito da 7,7 milioni di euro, sempre a cinque anni e sempre con pagamenti trimestrali. Stante questa parità, diciamo che il valore attuale di questo swap è pari a zero: alle condizioni sopraelencate tanti dollari equivalgono a tanti euro.

Ma allora perché mai, si chiederà qualcuno, una controparte cambia valuta al proprio debito? La risposta più immediata è che tale controparte scommette su uno spostamento dei tassi in proprio favore, nella speranza di ridurre così il peso dei pagamenti. Si tratta ovviamente di un azzardo, perché il mercato valutario è il più volatile del mondo e perché l’operazione in sé, nella sua gestione ordinaria, è piuttosto complessa.

Per entrare nello specifico dello swap greco, nel 2001 le passività della repubblica ellenica furono convertite in moneta unica e l’operazione di cross-currency permise di convertire l’equivalente di circa 5 miliardi di euro in yen e dollari. Nulla di male, in fondo: a parità di tassi, il valore attuale dello swap è zero e quindi l’operazione non cambia né l’ammontare delle passività, né la natura del debito. Ma se, invece dei tassi di mercato, tra le pieghe del contratto si decidesse di concludere lo swap a tassi arbitrari, magari scelti deliberatamente per favorire il governo di Atene al momento della stipula? D’un tratto, la magia: le passività greche si riducono all’istante. Ma proprio come ogni incantesimo, alla lunga anche l’artificio contabile svanisce: al momento di pagare interessi, infatti, Atene si trova a fare i conti con i tassi reali del mercato e i dollari, quelli veri, costano cari alle casse greche. Traducendo il tutto in termini finanziari, a fronte di un vantaggio immediato (meno debito) il valore attuale dello swap non è più nullo, bensì negativo (si pagherà di più in futuro).