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Economia e Finanza

RAPPORTO ISTAT/ Così il "benessere" dello Stato ha fatto a pezzi l’Italia

Ieri è stato presentato il Rapporto Annuale Istat 2013. Secondo GIUSEPPE PENNISI documenta che i problemi dell’economia italiana sono strutturali, non congiunturali

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Il Rapporto Annuale Istat 2013, presentato ieri alla Camera, stimola la riflessione in tutti i campi della politica economica poiché documenta che i problemi dell’economia italiana sono strutturali, non congiunturali. Come abbiamo più volte sottolineato su queste pagine, l’Italia ha dato prova di scarsissima efficienza adattiva alle trasformazioni dell’economia internazionale in corso dagli anni Novanta. Nell’ultimo decennio, la produttività del lavoro è aumentata appena dell’1,2% rispetto a un incremento del 9,5% nell’eurozona nel suo complesso. L’industria manifatturiera ha perso, nello stesso arco di tempo, un quarto circa del proprio fatturato; c’è stato, nell’ultimo anno, un miglioramento dell’export, ma riguarda solo una frazione del comparto industriale e ha effetti trainanti molto limitati. Tra il 2008 e il 2012, il Pil dell’Italia è diminuito del 6% circa, mentre quello della Francia è rimasto stazionario e quello della Germania è aumentato del 2,5%. Si è ridotto il Pil pro-capite e, quindi, il reddito disponibile delle famiglie con effetti negativi su consumi, investimenti e tasso di risparmio.

In questo quadro, sono migliorati i saldi di finanza pubblica, si è registrato un forte avanzo primario e si è ridotto l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni, grazie a un leggero contenimento delle spese correnti e a un forte inasprimento della pressione tributaria e contributiva; a ragione della contrazione del Pil, il rapporto tra stock di debito e prodotto nazionale è cresciuto nonostante l’aumento della pressione fiscale e contributiva e i “tagli” (lineari o meno) alla spesa pubblica.

L’aspetto più grave - come sottolinea sovente lo stesso Capo dello Stato - è l’andamento del mercato del lavoro. Il Rapporto dedica al tema un capitolo, il terzo, particolarmente interessante. Non ci si limita a evidenziare quello che già sappiamo: sono diminuiti gli occupati, è cresciuta la disoccupazione, resta difficile la situazione giovanile. Ma - ed è questo un suo pregio - il documento invita a guardare con gli occhiali appropriati un aspetto che, secondo alcuni media, sarebbe positivo: l’aumento dell’occupazione femminile (nonostante in Italia la quota delle donne occupate sia ancora di gran lunga inferiore alle medie dell’Ue).

I dati 2012 mettono in risalto un fenomeno per molti aspetti differente da quello delineato nei manuali di economia del lavoro: a fronte di una riduzione delle opportunità dal lavoro (e dell’incremento di disoccupati), non si contrae - come ci aspetterebbe - l’offerta perché uomini e donne scoraggiati smettono (come da manuale) di cercare un impiego (ed escono, per così dire, dal mercato del lavoro), ma la forza di lavoro si espande con l’ingresso di donne.