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FINANZA/ Italia, tre mosse per salvare l’economia dalla "guerra"

Pubblicazione:venerdì 24 maggio 2013

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The Economist ha di recente sottolineato la natura politica della scossa di Abe all’economia giapponese. Shinzo Abe è nipote di Nobusuke Kishi, governatore negli anni Trenta della Manciuria occupata dalle truppe imperiali. È un nazionalista convinto che intende riaffermare il primato del Giappone. L’Abenomics, è la tesi del settimanale, è la risposta al sorpasso del Pil della Cina, che ha spodestato Tokyo dal posto di seconda economia del pianeta e che, in parallelo, ha intensificato le sue mire imperiali: sulle isole Daoyu o Shensako (come le chiamano i giapponesi) o sulla stessa Okinawa.

Le analogie con il passato, per ora, si fermano qui. La Abenomics ha il pieno sostegno degli Usa, decisi a rafforzare il Giappone in funzione anticinese e però pronti a collaborare perché Abe vinca le elezioni a luglio e conquisti la maggioranza parlamentare necessaria per le riforme costituzionali. Tra queste figura la volontà di restituire all’imperatore il ruolo di Capo dello Stato.

2) Nel 1937 l’America precipitò di nuovo nella crisi economica e nel bear market azionario. Franklin Delano Roosevelt, dopo la scossa dei cento giorni e l’avvio di una politica espansiva (di molto inferiore agli sforzi dell’amministrazione attuale), decise che la fase dell’emergenza era definitivamente superata. Il reddito nazionale che era stato di 82 miliardi nel 1929 per poi cadere a poco più di 40 nel 1932 era risalito a 70 nel 1936, nonostante ci fossero ancora 7 milioni di disoccupati. Una situazione, fatte le debite proporzioni, assai simile a quella di oggi. Ma allora la Fed prese una decisione che si rivelò sbagliata: spaventata dall’inflazione creditizia salita a 30 miliardi di dollari, restrinse il credito e tagliò la spesa federale. Di colpo l’indice della produzione crollò da 117 a 76, i disoccupati aumentarono di altri 4 milioni.

Nel frattempo Roosevelt si concentrò nella lotta ai potentati economici: il 5% delle aziende controllava all’epoca l’87% del credito disponibile. Il Congresso creò una commissione per studiare la natura dei monopoli. Ma alla fine non venne preso alcun provvedimento. Non è difficile pensare che la levata di scudi contro la clamorosa elusione fiscale di Apple finisca nello stesso modo. Intanto, sul fronte della spesa pubblica, la situazione che si è determinata con la manovra di gennaio (cui si sta aggiungendo il sequester) crea un contesto simile a quello del 1937. L’unica differenza di nota è la politica espansiva della Fed. Ma crescono le pressioni su Bernanke perché riduca al più presto gli stimoli che hanno sostenuto le Borse di tutto il mondo senza che, in Europa ma non solo, la nuova liquidità arrivi ad alimentare gli investimenti delle imprese. Bernanke si è così spinto davanti al Congresso a sostenere che “già nei prossimi mesi” potrebbe ridurre gli acquisti della Fed sul mercato. La risposta è stata un brusco ribasso dei mercati. Forse era quello che il presidente della Fed si augurava per mettere a tacere i “falchi” che agitano lo spauracchio dell’inflazione.

3) E veniamo all’Europa. Per sconfiggere la deflazione in Gran Bretagna svalutarono rispetto all’oro nel 1931, pochi mesi prima del Giappone. In questo modo attutirono gli effetti della Grande Depressione in anticipo rispetto all’America di Roosevelt. Ma la Francia (vedi l’Unione europea di oggi) tentò di resistere. Le svalutazioni degli altri la rendevano sempre meno competitiva e la deflazione aveva creato crisi e disoccupazione, “ma un insieme di considerazioni di prestigio e un attaccamento ai principi - ha spiegato Alessandro Fugnoli - avevano indotto i governi a tenere duro e a sopportare un franco che nel frattempo era divenuto chiaramente sopravvalutato. Il Fronte Popolare, vincitore delle elezioni del maggio 1936, suscitò paure e fughe di capitali. A settembre il governo Blum capitolò, ultimo nel mondo, e lasciò andare il franco. Il nuovo spazio di libertà fu gestito nel complesso male, con aumenti salariali eccessivi che portarono a una svalutazione del franco, tra il 1936 e il 1938, del 70%. La classe media, impoverita, avrebbe più tardi in larga misura appoggiato il regime di Vichy. In sede di bilancio (provvisorio, come vedremo) è chiaro che il 1931 inglese corrisponde al 2009 americano, mentre il 1936 francese corrisponde al 2013 europeo e giapponese”.


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