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Economia e Finanza

FINANZA/ Italia, tre mosse per salvare l’economia dalla "guerra"

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4) L’Italia, in particolare, risulta essere a metà del guado; un Paese stressato dalle delusioni di una politica dell’austerità fallita perché basata solo sull’aumento feroce della pressione fiscale, senza tagli di spese (e di privilegi) e in assenza di riforme per aumentare la competitività, prende atto che la situazione internazionale offre oggi uno spiraglio per uscire dalla crisi. La Germania, più nei fatti che a parole, concede ai partner di allentare la morsa. La Bce può mettere in cantiere un nuovo taglio dei tassi già il prossimo 6 giugno. Si profilano all’orizzonte nuove misure monetarie espansive (gli interessi negativi sui depositi presso la Bce). Ma non è affatto detto che il Paese, più che mai insabbiato nei suoi veti incrociati, sappia sfruttare l’occasione.

“Non è trascurabile il rischio che un Paese come l’Italia faccia la fine della Francia tra il 1937 e il 1938” ha ammonito Fugnoli. Per sfuggire a questa sorte sarebbe necessario: a) una svalutazione dell’euro, evento cui probabilmente collaborerà la Germania per ridare ossigeno all’export; b) una forte manovra espansiva nell’ordine di 3-4 punti di Pil; c) un’azione di pulizia del sistema bancario, da liberare da incagli e sofferenze con una robusta operazione sul capitale e/o creazione di bad bank. Il tutto, naturalmente, sotto stretta sorveglianza Ue. Altrimenti, non resterà che porsi una domanda: fino a quando potrà reggere il quadro politico (ovvero la democrazia) di un Paese che non cresce da vent’anni, ha un giovane su tre disoccupato e ha la prospettiva di tornare, se tutto va bene, ai livelli di Pil del 2007 non prima del 2020?

5) Rileggere la storia serve. Ma non sempre. Almeno si spera. Il film degli anni Trenta non ci ha rivelato la ricetta per uscire dall’espansione monetaria senza far esplodere l’inflazione o ripiombare in una depressione ancor peggiore. Allora, a rispondere alla domanda, fu lo scoppio della guerra mondiale con il carico di rovine e distruzioni che comportò tra le altre conseguenze una politica fiscale monetaria di guerra. Poi scoppiò la pace. E l’America, forte della lezione del precedente conflitto, evitò la trappola dell’austerità: grazie alla financial repression riuscì a tenere bassi i tassi e a finanziare la crescita accelerata dell’economia che, a sua volta, portò a nuove entrate fiscali e all’eliminazione del debito di guerra. Come non era accaduto negli anni Venti, quando l’Europa scelse la strada dell’austerità.

Ma questo è un altro film. Per ora seguiamo, con rispetto e qualche paura, le alchimie di Ben Bernanke, la rinascita dei samurai e i primi passi, incerti, dell’Europa che vuol uscire dalle sabbie mobili della recessione. E speriamo che l’Italia non si fermi a parlare di porcellum e porcellini.

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