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SPILLO/ Viva l’Abenomics, anzi no

Pubblicazione:sabato 25 maggio 2013

Shinzo Abe (Infophoto) Shinzo Abe (Infophoto)

Lo abbiamo scritto in tempi non sospetti e lo ripetiamo a rischio di provocazione: la Merkenomics ha basi politico-economiche rigorose (con la moneta non si gioca, le finanze pubbliche devono essere equilibrate, le Aziende-paese devono essere competitive nei loro fondamentali di efficienza, flessibilità, qualità e innovazione). L’Obanomics (o meglio, la Bernankenomics) è invece oggettivamente servita solo a salvare i conti e le poltrone dei banchieri di Wall Street che hanno trasferito la crisi finanziaria provocata da loro sulle loro vittime (Grecia) e profittando poi dei tentativi europei di risanare l’eurozona per via fondamentale per atterrare altri sistemi-Paesi deboli (l’Italia è stato il caso più eclatante).

Anche in questo caso non formuliamo un giudizio (tanto meno polemico), ma un appello sì: smettiamola di accettare come fatto ineluttabile gli interessi dei mercati che continuano un atto puro e semplice di competizione politico-economica. E cessiamo di pensare che il “nemico” - almeno non quello principale - sia la Germania al centro dell’Europa.

Proprio da qui, in questi giorni, sta avanzando (controcorrente, ad esempio, rispetto a Basilea 3) una riforma del sistema bancario che punta a separare le attività di intermediazione del risparmio verso il credito alle imprese da quelle di investimento sui mercati, di portafogli propri e di ricchezze finanziarie private. Un tentativo economicamente pragmatico e politicamente mirato che viene subito bollato come ideologico e restauratore rispetto a “interessi del mercato” dati ancora per indiscutibili quattro anni dopo il crac Lehman.

Se le dimensioni reali, collettive, istituzionali delle democrazie economiche non si riprendono almeno un po’ di quella sovranità che - right or wrong - hanno ceduto negli ultimi trent’anni ai mercati finanziari divenuti egemoni, noi giornalisti continueremo a scrivere un giorno che tutto va bene perché il Pil trimestrale “da segni di ripresa” e la Borsa “vola” e il giorno dopo a titolare che “siamo sul baratro, eccetera eccetera”. Fino a che, sempre meno virtualmente entro i confini familiari di una stessa casa, un giovane disoccupato accoltellerà il padre che con lo spread a 575 ci ha guadagnato.



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