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FINANZA/ 2. Usa e Giappone, le "bombe" che preparano una nuova crisi

E anche la politica comincia a farsi sentire al riguardo. Intervistato dalla rete NHK nel programma “Sunday Debate”, Mitsuru Sakurai, il responsabile politico del principale partito di opposizione, il Democratic Party of Japan, ha detto chiaro e tondo che «le fluttuazioni sul mercato azionario giapponese che hanno spedito l’indice di volatilità del Nikkei al massimo da due anni, segnalano la creazione di una bolla». E se “Miss Watanabe”, il nickname con cui si identifica la casalinga giapponese media detentrice di bond sovrani, si spaventa e vende, addio Abenomics. E come vi ho già detto, un aumento eccessivo del rendimento dei titoli significa guai molto seri per la banche nipponiche, cooperative e regionali in testa, che sconterebbero perdite potenziali fino al 35%. E c’è anche il rischio che, nella disperata ricerca del 2% di inflazione, si arrivi a rendimenti talmente alti da far esplodere il costo per il servizio del debito del governo: quindi, o si allarga la base imponibile o si alzano le tasse. E allora ti saluto aumento dei consumi interni e inflazione.

Insomma, appare ormai sempre più chiaro che la rotazione da bond goverativi e titoli azionari che stanno funzionando per la Fed, non può funzionare per la Bank of Japan. Basta guardare questo grafico. È la visualizzazione di uno studio comparativo dei mercati obbligazionari Usa e giapponese, sono rispettivamente di 16,7 triliardi di dollari e di 11,5 triliardi di dollari. Dato poco sconnesso da una ratio 1:1. Il problema è la discrepanza enorme tra il relativo mercato azionario dei due Paesi: gli Usa hanno uno stock market pari a circa 20 triliardi di dollari, il Giappone di 3,3 triliardi. Questo livello, con un delta inferiore al 20%, consente a Bernanke di aver maggior spazio di intervento senza troppo scossoni sugli asset class, mentre la ratio bond/azioni in Giappone è tale che qualche mossa errata manda scosse telluriche come quelle che la settimana scorsa hanno spedito il Nikkei a -10%. Morale della favola, se cercate di far stare tremila litri d’acqua in un recipiente che ne tiene 300, la faccenda non funziona. Insomma, ciò che funziona per la Fed non può funzionare la Bank of Japan, meglio che Kuroda e Abe se lo mettano in testa fin da subito. In Giappone, mercato obbligazionario e azionario sono mondi a parte.

 

 

C’è poi un’altra variabile che dovrebbe tenere sveglio il governo nipponico, visto che il calo del mercato obbligazionario porta con sé brutte conseguenze su mercato repo, quell’enorme calderone oscuro che passa sotto il nome di shadow banking system, il sistema bancario ombra. I mercati del finanziamento in Giappone sono infatti pesantemente dipendenti dal mercato repo sui titoli di Stato per ottenere liquidità a breve termine e mantenere efficiente il mercato dei bonds: peccato che si stia schiantando contro un muro. Il numero di fallimenti sul mercato repo è più che raddoppiato la scorsa settimana e questo non è bello per un mercato che rappresenta il 40 del money-market totale nipponico.