BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

FINANZA/ 2. Usa e Giappone, le "bombe" che preparano una nuova crisi

Infophoto Infophoto

Parliamo di un mercato, quello repo sui titoli di Stato, che pesa per 80 triliardi di yen, un lubrificante fondamentale per il mercato obbligazionario sovrano. Questo perché le operazioni repo su obbligazioni governative contano per il 99% delle transazioni repo interne, con haircuts solitamente molto bassi, tra lo 0% e il 2%. Il tutto grazie proprio all’eroica fiducia nello Stato delle varie “Miss Watanabe”. Il problema è che quei margini o haircuts, tendono a salire quando sale, come in questi giorni, la volatilità. Ed ecco che nel solo mese di aprile questo ha causato il fallimento di 175 transazioni repo, un incremento molto netto dal mese precedente.

Premetto che non siamo nelle aree di criticità totale del periodo post Lehman, con oltre 1000 transazioni repo fallite, ma è comunque un segnale: per un giapponese non ottenere alla data prefissato il collaterale come da contratto, in questo caso bonds sovrani, è qualcosa di inimmaginabile. Non siamo negli Usa. E questo aumento dei fallimenti è stato ciò che ha schiantato il mercato obbligazionario giovedì scorso, innescando la volatilità e mandando shock sui VaR delle banche detentrici. Insomma, ciò che vale per la Fed, non vale qui. Ma anche in America, dove siamo nel pieno del terzo round di QE, a mio avviso ci sono segnali chiarissimi di bolla in espansione.

I titoli azionari sono sopravvalutati, il ramo del private equity compra immobili in Arizona che fino a ieri nessuno voleva nemmeno regalati come se non ci fosse un domani, le obbligazioni ad alto rendimento pagano yield ai minimi storici e la gente si ributta sui prodotti finanziari strutturati per cercare di fare qualche dollaro. Il tutto, in un quadro macro Usa che a mio avviso si sta riavviando in territorio recessivo. Il dato del Pil del primo trimestre dimostra come l’economia statunitense cresca a un tasso annualizzato del 2,5%, contro l’atteso 3%. Se però questo dato fosse basato sul Cpi, il dato ufficiale sull’inflazione, sarebbe stato solo del +1,6%. Con un dato inflazionario reale, poi, ancora più basso.

Inoltre, con Wall Street ai massimi, come spiegare il fatto che solo il 45% delle compagnie quotate allo Standard&Poor’s 500 ha battuto le stime di ricavo per il primo trimestre di quest’anno, un dato che scende di parecchio dal 66% del quarto trimestre del 2012 e sotto il 50% medio dei cinque trimestri precedenti? Qualche nome di chi ha fallito le proprie previsioni? Procter&Gamble, Starbucks, AT&T, CB Richard Ellis, Safeway, American Express e Ibm. Insomma, non proprio delle matricole, né delle penny stocks: sono blue chips. Vi pare un dato positivo per l’economia reale, al netto di chi fa soldi sui soldi a Wall Street con quei titoli sopravvalutati? Prese come insieme, le aziende quotate all’S&P 500 conosceranno un decremento dei ricavi dello 0,3% nel primo trimestre di quest’anno, contro le aspettative degli analisti di un +6%. Non vi pare un mercato un po’ troppo ottimistico e sconnesso dalla realtà?

Insomma, siamo in una bolla. Gli investitori ne prendano nota e si preparino a una bella correzione dei corsi. La liquidità di Stato sta uccidendo ciò che resta del mercato e non crea crescita. Con buona pace di Keynes.

© Riproduzione Riservata.