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FINANZA/ 2. Usa e Giappone, le "bombe" che preparano una nuova crisi

Non sembra essere tornata la normalità sul mercato giapponese dopo il tonfo di giovedì. E anche gli Stati Uniti, spiega MAURO BOTTARELLI, non vivono un momento positivo

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L’azzardo giapponese ormai è confermato, non siamo più nell’ambito delle analisi o degli scenari ipotetici. In Giappone, a mio personalissimo modo di vedere, si sono bevuti il cervello. Dopo il bagno di sangue dell’indice Nikkei di giovedì scorso, cosa ha fatto il governatore della Bank of Japan, Haruhiko Kuroda, per garantirsi una chiusura in positivo dello 0,89% venerdì? Ha annunciato che la banca centrale offre di comprare 300 miliardi di yen di debito con scadenza oltre i 10 anni e 600 miliardi di debito nel range tra i 5 e i 10 anni, sottolineando però che lo stesso istituto «vuole evitare di aumentare la volatilità nel mercato delle obbligazioni». Che significa tutto e niente, è come dire che uno vuole evitare di prendere il raffreddore. Ma la perla arriva dopo, quando il primo ministro Abe annuncia solennemente che «la Bank of Japan non sta comprando direttamente debito governativo». Schizofrenia allo stato puro. Potenzialmente suicida, inoltre.

Basti guardare cosa ha fatto la stessa Bank of Japan durante la giornata-incubo di contrattazioni, quella di giovedì. Ha dovuto iniettare tre triliardi di yen (quasi 20 miliardi di dollari) nel sistema finanziario per calmare la volatilità innescata da un circuit-breaker nel mercato dei futures sui bond sovrani. Ovvero, la famosa sindrome del “VaR shock”, con i rendimenti che continuavano a salire - toccando l’1%, valore raddoppiato in un solo mese - e le banche che vendevano obbligazioni sovrane a più non posso (se sale il rendimento, cala il prezzo e si sconta il calo a bilancio), perché in avvicinamento al territorio di rischio per i loro criteri di valutazione sulle perdite potenziali (Value-at-Risk, appunto). Solo grazie a quella liquidità e alla fuga dal mercato dei bond verso l’azionario, il denaro in uscita è rientrato in Borsa e il Nikkei è riuscito a chiudere a -7,3%, invece che a -10%. E ieri? Daccapo, un bel -3,22%, alla faccia della correzione e della pausa di riflessione dopo un rally che dura da oltre tre mesi. Che possa trattarsi di una correzione non è da escludere, anzi una volta che si sarà giunti a una netta svalutazione dello yen - sempre che accada - il rally borsistico nipponico riprenderà, ma i rischi restano.

Già, perché nonostante un tonfo del 14,2% dai massimi del 22 maggio, i soldi usciti dall’azionario non sono andati nell’obbligazionario, visto che i rendimenti dei titoli giapponesi restano sui massimi. Ovvero, per quanto la Bank of Japan compri tutto, le vendite del settore privato restano troppo alte per garantire l’offsetting. Insomma, l’orgoglioso e fedele detentore sovrano nipponico sta vendendo. Per Richard Koo della banca d’affari giapponese Nomura, «la svendita obbligazionaria di questi ultimi giorni dimostra che la Bank of Japan potrebbe non essere in grado di comprimere i rendimenti, non importa quanti bond possa comprare. Questo potrebbe portare a una perdita di fiducia verso il governo giapponese e all’inizio della fine per l’economia nipponica». Ed ecco l’elefante nella stanza, la perdita di fiducia, ciò che fino a oggi ha permesso al Giappone di piazzare oltre il 90% del suo debito a rendimento 0 presso i propri connazionali.