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FINANZA/ 1. E ora la Germania è pronta a "mangiarsi" l’Europa

Pubblicazione:giovedì 30 maggio 2013

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A piccoli passi, nel suo modo confuso e rabberciato, l’Ue cerca di allontanarsi dall’austerità. L’Italia è fuori dalla procedura aperta nel 2009 per aver infranto il limite al disavanzo pubblico, vengono concessi due anni in più a Francia, Spagna, Polonia e Slovenia, solo un anno all’Olanda per rientrare entro il 3% del Pil e saranno varate misure contro la disoccupazione giovanile. È vera svolta? Lo dirà il futuro, ma non possiamo lasciare ai posteri l’ardua sentenza. Anche perché la congiuntura non sta certo migliorando, come ha ammesso lo stesso José Manuel Barroso.

L’Ocse prevede per l’insieme dell’area euro una contrazione del Pil dello 0,6% nel 2013, e un ritorno alla crescita, con un +1,1%, nel 2014. “La Germania è la principale eccezione, con una ripresa già in corso”, scrive il rapporto diffuso ieri. La disoccupazione nell’eurozona “aumenterà ulteriormente”, ed è “la sfida più pressante per i leader politici”: 12,1 % nel 2013 e 12,3% nel 2014. Le stime sul Pil italiano peggiorano, passando dal -1,5% al -1,8% per il 2013, e dal +0,5% al +0,4% per il 2014. “La recessione continuerà per tutto il 2013, con gli effetti del consolidamento di bilancio e le condizioni restrittive del credito che pesano sull’attività economica”, scrive l’organizzazione dei paesi più industrializzati.

In questo scenario, l’Ue non è in grado di mettere in campo risorse pubbliche significative. Le misure per l’occupazione sono poca cosa: Nouriel Roubini ha calcolato che i 6 miliardi a disposizione per i giovani disoccupati equivalgono a 100 euro a testa. Non ci sono margini per un nuovo ciclo di deficit spending. In nessun Paese. La Francia deve tagliare la spesa e riformare le pensioni, ha ricordato ieri Barroso. Il cammino della Spagna si presenta ancor più arduo. Quanto all’Italia, è vero che il deficit scende dal 5,5% del 2009 al 2,5% l’anno prossimo, ma il debito continua ad aumentare anche nel 2014 superando quota 132%. Il margine di manovra realistico è calcolato in mezzo punto di prodotto lordo (insomma circa 8 miliardi).

Se potrà avere un effetto volano o no, si vedrà. Ma il dramma è che l’economia italiana non sarebbe nemmeno in grado di approfittare dei nuovi spazi a disposizione, perché il suo potenziale produttivo si va via via riducendo. Non c’è nessuna molla carica pronta a scattare. Se diminuisse d’emblée l’incidenza del fisco sul costo del lavoro siamo sicuri che le risorse ricavate si trasformerebbero in investimenti e crescita? C’è da dubitarne. Del resto, come è finito il taglio al cuneo fiscale deciso dal governo Prodi nel 2006?


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