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IL CASO/ Telecom ai cinesi, un copione già scritto nel 1997

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Comunque, il fatto certo è che Telco sparirà, la Hutchinson Whampoa del miliardario cinese Li Ka Shing riuscirà nel suo progetto: fondere la sua controllata 3 Italia appunto con Telecom, comprare poi azioni dagli altri soci o sul mercato fino ad arrivare al 29,9% (tetto oltre il quale scatta l’obbligo di opa) e al controllo assoluto sull’azienda. Questo significa che, dopo i soliti discorsi di rito sulle straordinarie sinergie fra i due gruppi e la sacra fratellanza italo-cinese, farà spezzatino della preda, si terrà le parti migliori (soprattutto il Brasile), la quota di mercato in Italia, e butterà via il resto. Con le conseguenze, livelli occupazionali inclusi, che si possono immaginare. Se non andrà in porto l’operazione con Hutchinson, si farà avanti qualcun altro, come l’americana At&T o il messicano Carlos Slim. E la sorte sarà identica.

Nel 1997, prima del flagello Prodi, la Telecom Italia dei boiardi se la giocava da pari a pari con i grandi competitor europei. Pochi lustri di gestione privata l’hanno sommersa di debiti, annientata, fatta sparire dal mercato. È bene ricordare i nomi di questi privati, sedicenti capitalisti: la famiglia Agnelli (che guidò la prima privatizzazione, quella del nocciolo duro); Colaninno e la sua razza padana con la sponda politica di Massimo D’Alema; Tronchetti Provera che sognava di diventare il nuovo Avvocato. Assieme a loro i comprimari di sempre, compagni di distruzione di ricchezze: Mediobanca, Generali, Intesa e via rabbrividendo.

Hanno avuto una grande azienda, l’hanno usata per farci i loro giochi e l’hanno ridotta a un deserto. Alle spalle del Paese, degli azionisti, dei dipendenti. Nel Paese delle meraviglie noi facciamo così.

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