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FINANZA/ Il kamikaze della Fed rischia di affondare l’Italia

Pubblicazione:venerdì 14 giugno 2013 - Ultimo aggiornamento:venerdì 14 giugno 2013, 10.10

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I riferimenti alla situazione attuale saltano all’occhio. Negli Usa la Federal Reserve ha lanciato segnali inequivocabili sulla volontà di frenare gli acquisti di titoli previsti dal Quantitative easing. Anzi, il cambio di rotta è già avvenuto. Da meno di una settimana i titoli di Stato Usa sono risaliti oltre la soglia di inflazione. Ovvero i mercati, fino a poco tempo fa alla ricerca di porti sicuri, oggi chiedono di nuovo un premio per i loro interessi. E la banca centrale, invece che reprimere la richiesta con una pioggia di liquidità (nel gergo, si parla di financial repression) asseconda il nuovo look.

Il risultato? In Borsa d’ora in poi non si applaudiranno più le cattive notizie dell’economia reale perché foriere di intervento a favore della finanza. Al contrario, i mercati saliranno a fronte di buone notizie (sul fronte del lavoro ancor più che della crescita). Ma scenderanno se la ripresa si rivelerà un flop. Si spiega così la frana del mercato obbligazionario, così come il terremoto che sta investendo i mercati valutari di tutto il mondo. Alla ricerca di nuovi equilibri.

Insomma, è probabile che la decisione sul Qe non venga presa dal prossimo vertice del 18-19 giugno, ma in quell’occasione ci saranno nuove conferme sulla frenata futura: dagli attuali 85 miliardi al mese a 60, poi a 50. Poi si vedrà. Tutto dipenderà dalla reazione dell’economia reale, che cresce ma a tassi “tra il moderato e il modesto”. Ma la ripresa dell’immobiliare, combinata con il recupero favorito dalla produzione di energia garantita dal boom dello shale gas, consigliano la Fed di iniziare la strada verso la normalità.

Il mondo, come Bernanke sa benissimo, si muove in terra incognita. Mai il mondo è stato innaffiato da tanta liquidità. E nessuno sa quale potrebbe essere la reazione dei mercati: è tutt’altro che da escludere una sindrome da Giappone fine anni Trenta se non si interviene per tempo. Tra un anno, infatti, in America si vota per il mid term: niente di più facile che la Casa Bianca chieda di confermare la spinta espansiva per garantirsi un consenso di questi tempi assai ammaccato a causa delle varie spy story. Ma Bernanke, il maggior studioso mondiale della crisi del ‘29, sa che occorre muoversi con grande prudenza.

La Fed lo sta facendo utilizzando il kamikaze di fiducia: Shinzo Abe, il premier giapponese che, in piena sintonia con gli Usa, ha lanciato a gennaio una politica molto aggressiva sul fronte dell’espansione della base monetaria per risvegliare l’economia. Dopo il primo affondo, però, il samurai ha annunciato che per ora non ne lancerà altri: il Pil già cresce, l’export pure. Facile che la decisione possa esser rivista, dopo la frana della Borsa e la risalita di bond e yen. Ma Abe, su invito degli Usa, ha lanciato il segnale più importante: Tokyo non sarà più schiavo dei voleri del mercato.


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