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GEO-FINANZA/ L’indicatore di Wall Street che fa tremare i mercati

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La memoria è un evento che segna nel tempo lo sviluppo dei fatti successivi, influenzandoli qualche volta in modo evidente, il più delle volte in modo misterioso ma innegabile. Di fatto tutta la natura e tutta la vicenda umana è segnata da eventi che nella loro struttura (usando termini matematici che non son alla portata di tutti, anche degli economisti) sono frattali, cioè tendono rendere frequenti fatti che dovrebbero essere eccezionali e rari. Ma soprattutto, per quello che qui ci interessa, tendono a manifestare un fenomeno che potremmo chiamare “memoria degli eventi” o “memoria di quanto accade”.

Così tutto quanto accade, nella sua struttura più profonda, mantiene una sorta di traccia che si ripete nel tempo. Nonostante l’eccezionalità dell’evento, ciò che dovrebbe essere raro e sporadico, a causa di questo “effetto memoria”, tende a ripetersi nel tempo con maggiore frequenza rispetto a ciò che non accade. Questo “effetto memoria” è uno degli effetti ben conosciuti dagli studiosi di matematica, relativamente alle cosiddette distribuzioni a “legge di potenza”. E tali tipo di distribuzioni sono le stesse che si verificano quando si è in presenza di un sistema frattale, come quello che caratterizza i mercati finanziari. Si tratta dunque di un fenomeno conosciuto dalla scienza, anche se normalmente ignorato dagli economisti che assumono posti di pubblica rilevanza. La globalizzazione e la diffusione della tecnologia informatica non ha fatto altro che rendere sempre più frattale anche l’economia reale, cioè sempre più in balia di fenomeni eccezionali, sia positivi (nei periodi di crescita) sia distruttivi.

Nei periodi di crescita economica, come tra il 1995 ed il 2000 e poi tra il 2003 ed il 2007, è stato facile per il potere (politico e culturale) diffondere un senso illusorio di sicurezza. Sembrava che il mondo fosse destinato a una nuova fase di perenne crescita e di sempre maggiore benessere. Addirittura si studiavano e si pianificavano strategie per ridurre la povertà e la fame nel mondo; strategie poi regolarmente fallite nei propri proclami. Infatti, le distribuzioni a legge di potenza favoriscono gli eccessi, in entrambi i sensi: quindi se si favorisce l’accumulo di grandi ricchezze, inevitabilmente si favorisce anche la grande diffusione di povertà. Non si tratta dunque di immaginare i ricchi sempre cattivi: si tratta di essere coscienti del fatto che un sistema frattale, come quello della finanza senza regole e del “libero mercato”, favorisce una distribuzione iniqua delle risorse: è prima di tutto una legge matematica.

Come immaginare allora un sistema economico (politico, sociale) che tenga conto di queste informazioni? Da quale posizione culturale occorre partire per evitare questi eccessi e il loro ripetersi sempre più frequente e sempre più disastroso negli effetti? Il punto da cui partire è quel punto della Dottrina sociale della Chiesa nel quale si afferma il diritto alla proprietà privata, ma sempre subordinata al bene comune. “La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto il diritto alla proprietà privata come assoluto e intoccabile”. “L’insegnamento sociale della Chiesa esorta a riconoscere la funzione sociale di qualsiasi forma di possesso privato, con il chiaro riferimento alle esigenze imprescindibili del bene comune [...]. La destinazione universale dei beni comporta dei vincoli sul loro uso da parte dei legittimi proprietari. La singola persona non può operare a prescindere dagli effetti dell’uso delle proprie risorse, ma deve agire in modo da perseguire, oltre che il vantaggio personale e familiare, anche il bene comune” (Compendio, n. 177).

Quindi una visione politica che annulli la proprietà privata, tipica di certi regimi comunisti, è scorretta, come quella che afferma dogmaticamente il principio della proprietà privata come un principio assoluto; affermazione tipica del neoliberismo oggi imperante. Quello che invece sarebbe utile è uno Stato forte, dotato di autorità monetaria (come in genere lo sono tutti gli Stati moderni, almeno fino all’introduzione dell’euro), che sia rispettoso della proprietà privata come di ogni diritto individuale, ma che abbia il potere (pure morale) di imporre le opportune limitazioni a tali diritti e alla proprietà privata, in funzione del bene comune.

Ma prima di valutare quali sono i confini di questo delicato equilibrio tra proprietà privata e bene comune, occorre che lo Stato riabbia la sua autorità monetaria. Occorre che lo Stato torni a stampare la sua moneta. Altrimenti, la possibilità dello Stato di perseguire il bene comune sarà destinata a rimanere sulla carta e a soccombere di fronte al potere dispotico della finanza.


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COMMENTI
16/06/2013 - Commento 321 (Diego Perna)

Egr. Dott. Passali , Lei ha tutta la mia stima e non so quanto Le può far piacere saperlo o interessarla. A volte leggendo i Suoi articoli mi ritorna la speranza, nel vedere che non siamo tutti coglioni ammaestrati.( scusatemi ma non trovavo un aggettivo più efficace ed esplicativo di questo). Capisco che ci sono anche quelli che in buona fede credono ancora ad un Europa ed alla moneta unica, ma aprirsi gli occhi e vedere i frutti o i segni, come dice Passali, che tra l' altro sono evidentissimi, non gli farebbe male. Grazie Buona Domenica e buona fortuna