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DECRETO DEL FARE/ 2. Da Letta un assist ai "rottamatori" dei partiti

Pubblicazione:lunedì 17 giugno 2013

Enrico Letta e Angelino Alfano (Infophoto) Enrico Letta e Angelino Alfano (Infophoto)

Le teorie della “democrazia deliberativa” mettono sotto accusa il sistema dei partiti, che ritengono non più in linea con le esigenze del XXI secolo. Nati come forme elitarie di partecipazione alla politica nel Settecento, hanno ben retto alla trasformazione in partiti di massa nel Novecento, ma non svolgono più le loro funzioni nel mondo dell’integrazione economica internazionale, della cibernetica e delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Non so quanti economisti abbiamo letto il breve saggio di Bernard Manin, Principi del governo rappresentativo, pubblicato in Italia da “Il Mulino” nel 2010, e frutto di una lettura all’associazione che ha sede a Bologna. Manin, sessantenne, nato a Marsiglia, dopo una brillante carriera nelle “Grandes Ecoles” francesi, è da anni titolare di cattedra alla New York University, dove dirige il centro di ricerca in studi politici e sociali. Appartiene, quindi, alla cultura dei due continenti e studia l’evoluzione di come si fa politica (e politica economica) in America e in Europa. Il saggio citato è incentrato sulla metamorfosi della democrazia segnata dal declino in atto da diversi anni dell’influenza dei partiti nella politica contemporanea e la parallela valorizzazione del ruolo dei leader e della comunicazione.

Sempre più, infatti, nella “società del pubblico” che stiamo vivendo, il confronto tra gli individui si sta sostituendo a quello fra grandi ideologie interpretate e supportate da grandi organizzazioni partitiche. Non so neanche se i leader del M5S abbiano letto il saggio menzionato (e le più vaste opere di Manin). Se i leader del Movimento lo hanno fatto, vi hanno trovato indicazioni utili per la loro affermazione alle elezioni politiche e per il successo dei partiti “vecchi” a quelle amministrative. Se non lo hanno fatto, vi potranno leggere suggerimenti su come superare le difficoltà in atto. Quale che sia il caso, il saggio spiega l’attenzione del Governo degli Stati Uniti e degli studiosi americani nei confronti della miscela di democrazia diretta e rappresentativa su cui pare fondato il M5S.

Più importanti della implicazioni per il M5S, sono quelle per la riforma del sistema politico italiano. Non si tratta principalmente di ricamare nuove forme di cameralismo, di presidenzialismo, di leggi elettorali, ma di trovare l’equilibrio tra “democrazia rappresentativa” e “democrazia deliberativa” che consenta decisioni più spedite (e se possibile di migliore qualità) di quelle che hanno portato al pur decentissmo “decreto del fare”. Un processo già compiuto negli Stati e in corso nella Repubblica federale tedesca e in numerosi Stati nordici.

La strada è lunga e impervia. Qualcuno (al di fuori delle torri eburnee delle università) ha cominciato a percorrerla? Se nessuno lo fa, si resterà sempre indietro.



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